Michel Bussi – Ninfee nere

Per gli appassionati di impressionismo… e dei puntini di sospensione.

Chi non conosce Giverny, la cittadina francese forse più nota in tutto il mondo dopo Parigi?

È infatti nel piccolo villaggio della Normandia che Monet, fondatore dell’impressionismo francese, si è trasferito ad un certo punto della sua vita, per trascorrere i restanti trent’anni della sua esistenza a dipingere delicati fiori sull’acqua. Il motivo per cui Monet abbia proprio scelto Giverny per i suoi esperimenti di pittura en plein air, anche qualora non si sapesse nulla di arte, è facilmente intuibile nel momento in cui si inizia a leggere “Ninfee nere” di Bussi. La cittadina infatti, ospitante un vero e proprio giardino dell’Eden, è essa stessa un’opera d’arte a cielo aperto, dove gli elementi naturali e quelli artificiali voluti dal pittore – come il suo famoso laghetto – si fondono assieme creando un paesaggio che, nella sua perfezione, è senza dubbio il più ritratto al mondo. Il romanzo, seppur celebrando in ogni pagina la bellezza del luogo, muove anche una critica verso lo sfruttamento di Giverny, dal momento che il tentativo di preservazione ha cristallizzato il villaggio per sempre, trasformandolo nella parodia di un villaggio impressionista, una Disneyland dell’arte che attira sciami di turisti da tutto il mondo, vestiti da ricchi ed improbabili bohémien con i loro cavalletti nuovi di pacca ed attrezzatura splendente a seguito. Giverny è ad oggi un luogo talmente (ri)costruito ed immobile da essere più una riproduzione su tela che una città abitabile e vivibile nel quotidiano.

Ma “Ninfee nere” non è un volume su Monet ed i suoi paesaggi normanni. Il romanzo è innanzitutto un giallo che inizia con la scoperta di un omicidio, come tutti i gialli che si rispettino, ed è proprio il fatto che un uomo dal cranio fracassato, mezzo annegato, venga rinvenuto nell’amato laghetto di Monet, a catapultare il lettore nel piccolo villaggio francese. Ad indagare, accorre dal commissariato di Vernon il nuovo ispettore Laurenç Sérénac, che pur amando l’arte non si cura di adeguarsi alle apparenze, e con il suo giubbotto di pelle e la roboante moto a seguito stona nell’insieme del paesaggio minacciando di rovinarne lo sfondo. Ad aiutarlo troviamo un altro ispettore, Sylvio Bénavides, molto più acquoso e pacato, anche se tenace, come vuole la regola compensativa delle coppie che indagano. Ma i personaggi principali di questo giallo non sono il poveraccio assassinato nè i due ispettori che arrancano nel fondo melmoso, nel tentativo di venirne a capo: le vere inconsapevoli protagoniste sono tre donne, o meglio, una bambina talentuosa, una giovane moglie insoddisfatta ed un’anziana critica e disillusa. Questo dettaglio è svelato al lettore fino dal bellissimo incipit, che così recita:

“Tre donne vivevano in un paesino. La prima era cattiva, la seconda bugiarda e la terza egoista. (…) Neanche avevano la stessa età. La prima aveva più di ottant’anni ed era vedova. O quasi. La seconda ne aveva trentasei e non aveva mai tradito il marito. Per il momento. La terza stava per compierne undici e tutti i ragazzi della scuola erano innamorati di lei. (…) Insomma, avete capito. Erano tre persone molto diverse. Eppure avevano qualcosa in comune, una specie di segreto: tutte e tre sognavano di andarsene.”

Oltre all’incipit, in “Ninfee nere” si trovano molti elementi positivi, in particolare le descrizioni disincantate riguardo a Giverny e le dissertazioni a sfondo artistico, vere e proprie lezioni che mescolano aneddoti pungenti sulla storia dell’arte ed il mondo degli impressionisti ad appassionate descrizioni dei quadri e della tecnica pittorica di Monet. Seppure oggetto di molte critiche, è impossibile leggere il romanzo senza desiderare fortemente di andare di persona nel villaggio a vedere con i propri occhi i luoghi della vicenda, o di recarsi al Museo Marmottan a Parigi per perdersi nei meravigliosi colori delle Ninfee, o di entrare in un qualsiasi museo nazionale alla ricerca della sezione degli impressionisti. Tuttavia, vi sono anche degli elementi che non convincono il lettore e che non aiutano a dare un giudizio univoco al romanzo. Innanzitutto, gli aspetti caratteriali dei personaggi, che avrebbero potuto essere meno banali e stereotipati, sia nelle descrizioni che nelle azioni (il marito della bella fanciulla è un gelosone patentato, il riccastro guarda caso è uno sciupafemmine, e anche Sérénac con la sua miopia investigativa diventa, pagina dopo pagina, la parodia di se stesso); lo stesso si potrebbe dire del rapporto tra i due ispettori, decisamente prevedibile e poco interessante – un vero peccato, perché chi è reduce dalla coppia Adamsberg-Danglard della Vargas sa quanto potenziale potrebbe esserci. In secondo luogo, i dialoghi, che purtroppo non funzionano assolutamente… e qui bisogna spendere due parole, perché se si mettessero in fila tutti i puntini di sospensione usati da Bussi nel riportare i pensieri e le conversazioni del romanzo si potrebbe creare una nuova, lunga strada di Giverny (sigh). Per chi come me non è un’amante della vaghezza e delle frasi lasciate a metà difficilmente potrà amare i discorsi sospesi e inconclusi di “Ninfee nere”, perché alla lunga sono snervanti: dovrebbero forse trasmettere veridicità e realismo, ma risultano l’esatto opposto – completamente innaturali e costruiti, lasciati pendere ai bordi delle pagine come orologi molli di Dalì.

Ma banalità e dialoghi poco riusciti a parte, bisogna comunque riconoscere un ulteriore, fondamentale elemento positivo che mi ha fatto sorridere e parzialmente rivalutare l’intero libro, e che è risultato completamente inaspettato visto l’andamento altalenante e sempliciotto della narrazione: il finale. Senza rivelare nulla, l’explicit dell’opera è un piccolo ma micidiale colpo da maestro di Bussi, che in poco più di quaranta pagine compie una magia, creando e disfando ciò che si sapeva, capovolgendo gli avvenimenti, prendendo il lettore contropiede, aggiungendo una dimensione al giardino-labirinto da lui creato. Nel farlo, Bussi non solo trionfa nel suo intento di giallista – poiché un giallo si basa quasi sempre sul presupposto che fino all’ultimo non si debba scoprire chi sia l’assassino – ma riesce anche in due non facili compiti.

Da una parte, trasforma “Ninfee nere” in un caso letterario mondiale, un poliziesco pluripremiato che, come recita la quarta di copertina, “ha scalato le classifiche mondiali, tra cui quella del Times britannico”.

Dall’altra, arriva quasi a convincere i lettori piu esigenti che bastino quaranta pagine per dimenticarsi dei maledetti puntini di sospensione…

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