Per chi volesse riascoltare il proprio eco.

“In Papua Nuova Guinea, sul finire degli anni Settanta, Feld (…) ha iniziato a registrare gli uccelli. Dopo averli ascoltati per anni, si è reso conto che i Bosavi pensavano agli uccelli come a echi o ‘riverberi passati’; come ad assenza trasformata in presenza; e, al tempo stesso, come a una presenza che rendeva udibile un’assenza. I Bosavi emulavano i versi degli uccelli durante i riti funebri perché gli uccelli erano, secondo i Bosavi e nelle parole di Feld, ‘la voce della memoria e la risonanza degli antenati.’ (…) E di colpo, l’invisibile presenza di miriadi di uccelli inondava il loro spazio uditivo, portando alla luce un intero strato del mondo, in precedenza ignorato.”
Ci sono libri che non sono né saggi né romanzi, e che risultano difficili da classificare perché vagano in un grande spazio tra gli uni e gli altri. È in quel limbo che orbita “Archivio dei bambini perduti”, che potrebbe essere definito un prodotto sia visivo che sonoro: visivo, perché vi scorrono delle immagini, polaroid e scorci di posti realmente esistiti, avvalorando il dubbio che quello che viene presentato come un racconto di fiction abbia invece radici ben più concrete di quanto ci si aspetti; sonoro, perché in questo libro sono presenti così tanti rimandi acustici da produrre una sfilza di figure fonografiche, contribuendo a creare un mondo che non è solo cartaceo ma pluridimensionale, un pop-up interattivo in cui si legge mentre si ascolta, in cui si imparano le cadenze ed i dialetti di New York, in cui ci si dipana tra stralci di ricordi degli Apache e del loro sterminio, e soprattutto tra gli inudibili sussurrii dei bambini citati nel titolo, e la voce disperata delle madri che li hanno smarriti nel deserto tra il Messico e gli USA. Perché questo è il fulcro della vicenda: la “Border Crisis”, i migliaia di bambini che tentano di passare il confine tra le due nazioni, in condizioni disperate, senza acqua né viveri, la cui unica referenza è il numero della propria madre cucito sul colletto, e la sola speranza è di riuscire a reincontrarla dall’altra parte. Bambini che, se a stento sopravvivono alla traversata, molto spesso vengono reimpatriati dai Tribunali americani, impedendo il ricongiungimento con la propria famiglia e rispedendoli indietro come scomodi pacchi non voluti. Bambini che molto più spesso svaniscono nel nulla, si trasformano in ossa e polvere nel deserto, un cimitero a cielo aperto che li riduce al silenzio e li strappa alla memoria collettiva, relegandoli al buio di una non-esistenza, una non-voce destinata a rimanere inespressa.
Per raccontare la gravità del tema trattato, l’autrice si affida ad una famiglia sull’orlo della separazione, una coppia di studiosi dei suoni che assieme ai suoi due figli ripercorre a ritroso i passi dei migranti e viaggia verso il confine nella speranza di ritrovare quelle voci perdute. La narrazione procede in un modo del tutto nuovo, alternando fatti a bibliografie, elenchi ed approfondimenti, e allo stesso tempo ne evidenzia anche i limiti, arrancando in una prima parte davvero ostica, in cui ci si chiede perché si stia leggendo un volume pieno di tecnicismi, monocromatico e documentaristico, per poi approdare ad una seconda parte in cui si annuncia un cambio repentino nel registro e nella cronaca, passando dalla voce della madre-protagonista-studiosa a quella ben più semplice del suo bambino senza nome. Il nuovo approccio risulta inizialmente forzato, ma superato lo scoglio del cambiamento, è proprio quella seconda parte ad essere molto più coinvolgente, a provocare più ansia in chi legge e voglia di sapere come andrà a finire la vicenda narrata. Testimoni afoni di un’avventura sempre più pericolosamente simile ad una tragedia, ci si trascina con due dei bambini perduti tra polvere e rocce, in un panorama senza orizzonte, scortati dagli acuti degli avvoltoi e dall’incombenza della morte: uno spazio desolato in cui l’unico altro rumore è un vagone che trasporta merci e clandestini, da cui bisogna saltare all’improvviso, sperando di non morire, e sapendo di dover camminare per giorni in una landa rovente e altrettanto immobile; in cui l’unico mezzo di sopravvivenza è urlare e aspettare un eco non nostro, aspettare un aiuto tardivo e ormai non sperato, la risposta genitoriale di una nazione dagli occhi bendati.
“Sei nello spazio, e galleggi in modo molto strano. Le stelle sembrano molto diverse, lassù. Ma non lo sono. Sono sempre le stesse stelle. Può darsi che un giorno tu ti senta perduta, ma devi ricordarti che non lo sei, perché io e te ci ritroveremo ancora.”
“Archivio dei bambini perduti” è un tentativo riuscito a metà, da ascoltare ad occhi chiusi con la consapevolezza che sarà un’esperienza faticosa ma inaspettata, nell’attesa di un prossimo romanzo dell’autrice.