Per chi non riponesse molta fiducia nel genere umano. Soprattutto in tempo di crisi.

“The night is mine, my own time, to do with as I will, as long as I am quiet. As long as I don’t move. As long as I lie still. (…) I lie, then, inside the room (…) and step sideways out of my own time. Out of time. Though this is time, nor am I out of it. But the night is my time out. Where should I go?
Somewhere good.”
“La notte è mia, il mio tempo, posso farne ciò che voglio, purché me ne stia zitta e ferma. Purché giaccia immobile. La differenza tra giacere e dover stare a letto. (…) Giaccio, quindi, nella stanza (…) e faccio un passo in là fuori dal mio tempo. Fuori dal tempo. Sebbene questo non sia tempo, né io sia fuori. Ma la notte è il mio tempo libero. Dove andare?
In qualche posto piacevole.”
Dopo aver sofferto con “Cecità” di Saramago, si presenta al lettore un altro romanzo su uno scenario futuro, tecnicamente possibile e altrettanto inquietante. Una società distopica in cui le persone sopravvivono per adempiere il ruolo che viene loro designato, chi per controllare, chi per servire, chi per la mera riproduzione della specie. Come si sia arrivati a tale situazione e come essa si evolva viene descritto dalla protagonista del libro, l’Ancella, che si esprime con frasi scarne, trasparenti, rassegnate, troppo impaurite al pensiero di focalizzarsi su ciò che si è perso per sempre, al punto che il distacco è la soluzione migliore e il non pensare diventa l’unica risorsa rimasta. Ogni sua parola corrisponde ad un respiro profondo che si emette per ricordarsi che si è ancora vivi, nonostante tutto. Ogni pagina incastra il lettore, lo obbliga ad andare avanti, ad affrontare uno scenario catastrofico, senza palpebre per chiudere gli occhi, senza mani per allontanare il libro. Ma se è nella natura umana non perdere la speranza, è possibile ritrovarsi ad attendere uno spiraglio, una via parallela, così flebile e sottile dal poter volare via al primo soffio di vento.
“I am dreaming that I am awake.”
“The Handmaid’s Tale” (Il racconto dell’Ancella) non è un libro da regalare e neanche da consigliare. E’ un’opera da comprare autonomamente e da leggere in solitudine, quando ci si sente abbastanza sereni da poterlo sopportare. Scritto magistralmente, rientra nella categoria kafkiana dei libri che agiscono come una disgrazia, e che scuotono, pungono, e lasciano un senso di orribile vuoto e vergogna riguardo ad una natura umana che non cambierà mai. A meno che non decidiamo di cambiare noi, adesso.