Per chi non temesse di incontrare il Diavolo.

“Una volta sentii qualcuno definire Breathed la cicatrice del paradiso a noi perduto. E per molti versi lo era, un luogo che celava una ferita perfetta sotto la superficie delle cose.”
Il luogo di questa storia è Breathed, un paese tranquillo dell’Ohio i cui abitanti trascorrono placidamente le stagioni, in leggero conflitto con i tempi che corrono (“Una sorta di collisione tra tendine di percalle e minigonne in spandex”), finché un uomo in profonda crisi professionale e morale invita pubblicamente Satana a fargli visita. Inaspettatamente, in un giorno di tarda primavera, il Diavolo risponde all’appello. Ma non arriva con zoccoli e corna e tridente infuocato. Non porta con sé creature infernali, epidemie e un’inquietante notte fonda. Si presenta invece sotto le spoglie di un ragazzino di colore, Sal, le cui parole sono un Paradiso Perduto in prosa, capaci di scavare a fondo negli animi dei cittadini, trovando fiori e gemme in alcuni casi, scoprendone gli incubi neri di pece in altri. Assieme all’arrivo di un Diavolo così poco credibile da un lato, ma altrettanto inquietante dall’altro, scoppia improvvisamente l’estate, la più rovente infuocata arida afosa che si fosse mai registrata a Breathed. I cibi si guastano, le bevande si scaldano, i gelati si sciolgono tristemente sull’asfalto e non vengono più consegnati. Più la temperatura sale, meno le persone sono in grado di ragionare logicamente, e giorno dopo giorno si ritrovano allo sbando, ad ascoltare la voce esaltata di predicatori improvvisati, che puntano il dito contro gli innocenti e condannano senza appello, richiamandosi ad un ordine divino che invece è molto, molto terreno.
Ma “L’estate che sciolse ogni cosa” non è solo questo. I personaggi, tutti, sono indimenticabili. C’è un ragazzino che idolatra il fratello maggiore e che non riesce a perdonargli la caduta dal suo personale podio. C’è suo fratello, pieno d’amore, con un segreto che lo trascinerà sempre più verso un fondale vischioso. C’è una madre che non esce di casa per la paura della pioggia e che ha decorato ogni stanza con i territori del mondo, per viaggiare semplicemente andando dalla cucina al salotto. C’è una ragazzina con una gamba sola che ha paura della sua, di madre, e che sostituisce i lividi con i petali delle rose nel giardino, per confondersi con i suoi stessi fiori. C’è un nano che scala i campanili per essere più vicino a Dio e che rimpiange il suo amore perduto. Ed infine c’è il Diavolo, che tra un consiglio accorato ed un colpo ricevuto, sapendo di avere il destino segnato, racconta dell’unica sconfitta che lui ricordi, la sua Caduta dalle grazie di Dio, e di come tra le mille mani che hanno fatto finta di afferrarlo mentre precipitava verso la Terra, perso e livido nel suo supplizio, abbia lasciato andare lui l’unico vero palmo che lo stava cullando in un universo di puro amore.
“(…) sapevo che Egli non desiderava lasciarmi andare. Ma sapevo che se non lo avesse fatto, quella sarebbe stata la Sua rovina. Così, davanti a una simile scelta, fui io a mollare la presa. Per il Suo bene. Dovevo cadere. Dovevo essere il Diavolo, perché Lui potesse essere Dio.”
Se si potesse scrivere una recensione di sole citazioni, lo farei. Se si potesse scrivere un libro come quello scritto da Tiffany McDaniel, lo farei. Se si potesse leggere e rileggere sempre lo stesso romanzo sperando ogni volta in un finale diverso, lo farei.