Per chi avesse bisogno di uno specchio per sopravvivere.

“Non mi va di scrivere niente a parte lettere d’amore.”
A volte mi ritrovo a leggere della vita di persone di cui non so praticamente nulla, come la biografia di Magellano e Marie Curie: questo perché parto dalla speranzosa idea che se siano state pubblicate valga la pena leggerle, soprattutto se associate a singoli eclatanti episodi (la scoperta dello Stretto! IL RADIO!). Esiste poi un secondo livello di interesse, rappresentato perfettamente dal caso Tolstoj: ritrovarsi tra le mani il diario personale di un romanziere famosissimo e venerato, di cui però non si sa altro. Idee filosofiche, religione, sua moglie… niente di niente. Anna Karenina, sì. Il resto, Tolstoj chi? Ed è così che si arriva a John Cheever, altrimenti detto Livello 3.0 – leggere di uno scrittore di cui non si sa nulla, ma non solo – di cui non si è mai neanche letto nulla, nemmeno una riga. C’è di più: quando ho iniziato i diari, non sapevo nemmeno che scrivesse di mestiere. John Cheever, il diario di una persona qualunque. Puro e semplice voyerismo.
Se è strano saperne più della sua vita di rispetto al prodotto della sua attività, è comunque l’unico modo per poter dire di aver conosciuto l’autore di persona – che non è poco. Come quegli amici di vecchia data che diventano famosi e che uno continua ad associare alla festa delle medie. Ho conosciuto Cheever e posso dirlo, non ha un carattere facile. Depresso, alcolizzato, paranoico nei confronti della moglie, un dubbio persistente sul proprio orientamento sessuale. Tantissime debolezze. Un amore sconfinato verso i suoi figli, liquefatto nel primo gin tonic delle dieci del mattino.
“Leggendo un articolo sulla vecchiaia, sono contento di sapere che i fattori chimici possono giustificare la depressione che sembra sopraffarmi in queste mattine. Steso a letto con la voglia di morire, sono felice di sapere che si tratta di un eccesso di triflessina che grava sui miei periscalmi valvolari.”
Un diario non è un romanzo e non si può certo parlare di puro intrattenimento: la trama è inesistente, e se mancano i colpi di scena abbondano invece le abitudini, la routine ossessiva, il commento serale sull’ennesima giornata persa nel nulla di fatto. Sono le considerazioni di Cheever di fronte a tutto questo a far sì che il suo diario sia stato pubblicato e tradotto, mentre il mio non lo vuole leggere nessuno al di fuori di mia madre. Una mente lucida e attentissima, spietata, commossa, sempre in bilico tra i propri comandamenti per essere una persona migliore e lo sfacelo dell’incapacità nel resistere alle tentazioni. Pagine di poesia e vivide descrizioni che sono come perle di un mare di carta. E per una proprietà transitiva del tutto inaspettata, parole che rendono speciale la vita di ognuno di noi.