To those who made the sun rise, when it refused to rise.

“Finisci di mangiare! Pensa ai bambini del Biafra, che muoiono di fame.”
Chi non si è mai sentito rivolgere questa frase da bambino, a metà tra il minaccioso ed il pietoso. Ma perché io dovrei mangiare un piatto che non mi piace, perché un altro sconosciuto pargolo non ha niente da mettere sotto i denti? Dateli a lui, i miei (schifosi) spinaci. Ecco la risposta standard del tempo. Del resto, chi ha mai sentito parlare del Biafra se si è nati negli anni ’80? Si sa che il Biafra è da qualche parte in Africa. E sì, mi ricordo di alcune foto molto brutte che sembrano un collage tra campi di concentramento ed il Vietnam. In cui i bambini hanno le braccia minuscole e le pance gonfie come se fossero in gravidanza. Fine.
Rendiamo grazie a Chimamanda Ngozi Adichie per avere fatto luce sulla vicenda. Non che uno non abbia potuto informarsi nel frattempo – si sta parlando di storia, non di leggenda. Basterebbe aprire un libro o un sito o Wikipedia (sigh) per scoprire cosa sia successo in Nigeria tra il 1967 ed il 1970. Peccato che buona parte delle persone non sia così pratica, i conflitti siano così tanti, e pare non ci sia il tempo materiale per aggiornarsi su tutto. Peccato che a scuola si studi fino alla Seconda Guerra Mondiale, magari si arriva fino alla Guerra Fredda se proprio non ci sono tanti ponti. Mi ricordo che al liceo il mio professore di italiano, storia e geografia ci portava delle pagine fotocopiate con il riassunto dei conflitti in Africa, perché sul libro di testo non c’era traccia di queste informazioni. E’ grazie a lui tra l’altro che ho scoperto il Burundi e il Ruanda. E probabilmente abbiamo anche studiato il Biafra, ma chi se lo ricorda? E quindi grazie Adichie e grazie ai romanzi storici, che hanno il merito indiscusso di insegnare ed informare, di catapultare il lettore indietro nel tempo e fargli vivere il dramma di una guerra che non gli appartiene. Dal primo bombardamento all’ultimo bambino morente, senza che si possa fare nulla. Un genocidio davanti agli occhi di tutti, di un’Europa sileziosa e calcolatrice, senza vergogna e peli sullo stomaco.
“There are things that are so unforgivable that they make other things easily forgivable.”
“Half of a yellow sun” – Metà di un sole giallo è un libro che affonda nello stomaco per colpire il cervello. Scritto in modo semplice – vorrei dire facile – presenta una storia altrettanto semplice, due storie d’amore, relazioni umane più o meno approfondite e problematiche che avrebbero potuto essere ambientate a New York come a Roma. Ma è in Nigeria che scoppia una guerra, che sfortuna incredibile. E tutto il resto passa in secondo piano, come è normale che sia, se la vera sfida è sopravvivere e dimenticarsi di esistere come singoli individui. Si sfogliano le pagine con il presentimento che il peggio debba ancora venire – mai sensazione si è rivelata più vera – ed è quando gli stessi protagonisti, anestetizzati dalla paura, arrivano ad ironizzare sulla propria morte che il lettore affonda in un orrore senza fine. Orrore e vergogna, tantissima vergogna. Di essere nati in un posto migliore, di non aver voluto vedere.
Di essere rimasti in silenzio.