Per chi volesse un figlio.
E per chi invece no.

“It feels like I’m trapped inside my body. It decides when I get hungry, and when I’ll get my period. From birth to death, you have to keep eating and making money just to stay alive. (…) But what’s it all for? Life is hard enough with just one body. Why would anyone ever want to make another one?”
Superati i trentacinque anni, il mondo di una donna sembra dividersi in due macro categorie: chi vuole un figlio, e chi invece no. In questi due grandi, variegati insiemi rientrano innumerevoli gruppi, come quello di chi li vorrebbe ma tecnicamente non può averli, chi li desidera ma non ha un compagno che possa contribuire alla causa, chi preferisce procrastinare, perché sa di volerne in futuro, ma non è ancora il momento giusto. E poi c’è l’altra fazione, il partito delle donne che rabbrividiscono a sentire parlare di gravidanza, che non hanno alcun desiderio materno, quelle che tecnicamente potrebbero, ma semplicemente non vogliono.
Anche la protagonista di “Breasts and Eggs”, Natsuko, oscilla tra i due poli della domanda che inesorabilmente prima o poi tocca tutte le donne, “Ma io, voglio avere un figlio?”. Consapevole del ticchettio del proprio orologio biologico e della pressione di una decisione che si rimanda continuamente e che si ha paura di esprimere ad alta voce, nel caso della protagonista si apre come un vaso di Pandora un ulteriore, privato e difficile sotto-gruppo: le donne che vorrebbero un figlio, ma per le quali l’idea del sesso è semplicemente insopportabile. E togliendo lo spermatozoo, il mezzo principale attraverso cui si arriva alla fecondazione del proprio ovulo, egg nel titolo – cosa rimane sul piatto? È corretto ricorrere alla scienza, portare avanti una gravidanza da sole tramite una fecondazione ottenuta con una siringa, creando un nuovo individuo destinato a nascere con una mancanza, quella della figura paterna? È dunque naturale dare alla luce un figlio senza un papà? E la società che lo accoglie, questo figlio – nel caso del romanzo, la società giapponese – è giusto che abbia voce in capitolo? Come si può ottenere un risultato senza sentirsi dei mostri, delle madri snaturate, che lo fanno solo per dare soddisfazione al proprio ego?
“Breasts and Eggs” mi ha riempito la testa di domande, fornendo in realtà pochissime risposte, e per questo è un libro speciale. Sono talmente tante le opinioni riportate, così dolorose e bellissime le esperienze dei personaggi ed indimenticabili le loro parole, che la prima cosa da fare quando si inizia a leggere il romanzo è ammettere la propria ignoranza in materia del corpo femminile ed abbandonarsi alla infinita diversità di chi questo corpo lo anima, dei processi biologici e mentali che lo guidano. L’occhio della scrittrice, come una lente di ingrandimento, plasma storie che appartengono agli organi femminili, passando dal seno e dalla funzione del petto a quella degli ovuli e dell’utero, dalle mestruazioni alla fecondazione e al parto. A ciascun organo corrisponde un pensiero, un malessere, un’affermazione. Come per la nipote della protagonista, Midoriko, che nel periodo dell’adolescenza ha difficoltà ad accettare il proprio ciclo e lo vive come un’insensata condanna. Come per la sorella di Natsuko, Makiko, che vive ossessionata dall’idea di rifarsi il seno, e non può fare a meno di spiare i capezzoli delle altre donne ai bagni pubblici, confrontandone l’areola, il colore, indovinandone la consistenza. E più si parla di seni meno si affrontano altri problemi, tralasciando di soffermarsi sulla difficoltà comunicativa sempre più grave tra madre e figlia, sulla fatica di vivere nel proprio corpo così com’è, il dubbio di avere qualcosa che non funziona, di essere delle donne sbagliate. E poi c’è Natsuko, scrittrice dal successo altalenante, che finalmente ammette di volere un figlio e non perché lo voglia e basta, ma perché vorrebbe finalmente incontrarlo, conoscere una persona che ancora non esiste, il suo bambino. Che non è uguale a se stessa, e neanche a nessun altro che già vive nel mondo. “It’s not that I want a child. I don’t want them. I want to meet them. My child. I want to meet my child and live with them. But who is it I want to meet? We’ve never met before.”
La sua esperienza della conoscenza si somma lentamente a quella della creazione, con delicatezza, amore, struggimento. Un confronto continuo con i fantasmi del proprio passato, uno scontro tra titani in cui la propria idea di maternità persevera anche quando l’unico ricordo della sua infanzia risale a quando si è state bambine e si è conosciuto un padre violento, quando la propria madre è venuta a mancare, e lo si associa alla povertà, all’arrangiarsi, alla fuga per la sopravvivenza. La seconda parte del romanzo si rivela proprio questo, una battaglia dolorosa tra ciò che si vuole veramente e quello che dovrebbe essere giusto fare, o non fare, tornando spesso sul motivo per cui le persone non dovrebbero avere figli. Perché se su una nuvola, in un bosco, essi non-vivono addormentati, raggomitolati in loro stessi, per ogni nove bambini che vengono concepiti, svegliati, e ne sono felici, ce ne sarà sempre uno che andrà incontro ad una vita drammatica e terribile, e nel suo dolore avrebbe preferito mille volte non essere nato, non essere condannato ad una vita infernale, a cui è stato relegato senza alcuna possibilità di scelta. In fondo, ogni persona indecisa sull’avere o non avere figli attua una scelta che si riduce a questo: svegliare un bambino addormentato per portarlo finalmente in vita, sapendo di non avere la certezza di destinarlo ad una vita felice, sapendo di non avere quasi alcuna possibilità di controllo sull’esito della sua esistenza, di non poter eliminare od evitare malattie, violenza, o addirittura la morte stessa?
“Breasts and Eggs” è un libro che celebra la maternità e la vita, composto da parole bellissime, una trapunta di stelle che pungono e feriscono gli occhi nel dare spazio a tantissime parentesi, esperienze, unicità. Ad ogni pagina corrisponde un respiro sempre più rarefatto, una matrioska che si apre e rimpicciolisce allo stesso tempo, impedendo di contenere i pensieri ormai schiusi. Chiunque lo legga può interpretarlo come meglio crede, ascoltando una o l’altra fazione a seconda delle proprie esperienze, convalidando o meno la propria idea sulla maternità, e soprattutto cambiando idea, imparando ad ascoltare, a mettersi nei panni della persona che si ha di fronte, accettando modi di vivere anche diametralmente opposti ai propri e proprio grazie a questo scoprendo che l’amore ha infinite possibilità, ed altrettante ne ha la scrittura, quando è usata magistralmente, quando ogni parola diventa un’onda del mare di Osaka, e non si può fare a meno di leggerne ancora e ancora, fino ad essere circondati da un libro-oceano che sembra sempre meno un semplice romanzo e sempre più un percorso terapeutico per scoprire chi si è veramente.
“Sometimes when young men and women are about to go through radiotherapy or chemo, they freeze their sperm or eggs so they can use them later. To give them the option of having kids, once they’re better. Noriko had done that. But then she died, leaving just her eggs. I can’t imagine how hard it was for her mother. That woman was an extremely thoughtful person. She thanked all the doctors and nurses, but when it was just the two of us, she started crying and told me: ‘Maybe if I used those eggs, I could have Noriko again.’ (…)
Through her tears, she asked me, ‘What can I do to get Noriko back? Maybe if I use her eggs, I could have another Noriko.’
There wasn’t anything I could say,
Anything I could do.”