Karl Ove Knausgård – La morte del padre

Per chi credesse nel potere benefico della scrittura.

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Ci sono tanti modi per iniziare a scrivere un romanzo, uno di questi è di concentrarsi sulle cose che si conoscono da vicino, di cui si ha esperienza diretta. Così ha fatto Karl Ove Knausgård quando si è cimentato ne “La morte del padre”, il primo dei sei volumi che compongono la raccolta Min Kamp (La mia lotta). 

Il romanzo, autobiografico, ripercorre il passaggio tra infanzia ed età adulta dell’autore. Karl Ove Knausgård ricorda se stesso come un adolescente dedito all’alcool, non troppo sveglio e senza segni particolari, se non la tendenza ad analizzare nevroticamente ogni situazione, cercando di dare il meglio di sé ma ottenendo l’effetto opposto. Anno dopo anno, si assiste ai suoi costanti tentativi di vivere il momento, di essere presente in un determinato spazio, tempo e luogo, per ritrovarsi invece ad essere tagliato fuori, escluso dalle amicizie del quartiere e senza quasi rapporti sociali. Liceo, università, mondo del lavoro, matrimonio: la routine di Karl Ove è quella di uno spettatore che si sveglia ogni singolo giorno con le migliori intenzioni, per poi abbandonarle lentamente e trasformare ogni sera nella conferma di un fallimento. É proprio nel momento in cui rinuncia ad ogni sforzo e si convince di poter ormai prevedere la vita, di essere in grado di appiattirla, comprimerla nelle esperienze già vissute, che l’autore riceve l’agghiacciante telefonata che dà il titolo al romanzo: suo padre è morto, deve tornare a casa per occuparsi del funerale. Inizia così un viaggio reale che è anche un percorso a ritroso nelle esperienze più dolorose della sua vita, non riuscendo a smettere di ricordare come suo padre fosse critico, ermetico, severissimo, di pietra. E come poi si sia lasciato andare, fisicamente e psicologicamente. Di quanto odio avesse provato per lui, astio poi trasformatosi in indifferenza, senza voler ammettere la presenza di un legame tra loro; e di aver assistito oziosamente ai tentativi paterni di recuperare quel filo, stringerlo, farlo proprio in qualche modo, senza riuscire a trovare un appiglio. Karl Ove torna nella sua città natale e ritrova la casa di quando era bambino, appartenente alla nonna paterna, per scoprire di vivere in un incubo ben peggiore dei suoi ricordi.

Arrivati a questo punto, è lecito chiedersi perché si dovrebbe leggere dell’esistenza di una persona qualunque, la cui scrittura non racconta di imprese eccezionali e la cui vita è solo una vita, completa di errori, azioni deprimenti e rimproveri verso se stesso. Questa domanda è sorta quando ho iniziato il romanzo ed ha continuato a permeare una buona metà della lettura, che ho trovato fiacca, troppo incentrata su esperienze che lasciano poco spazio all’empatia e di fatto non appassionanti. Un po’ come leggere il diario di una persona sconosciuta, che registra l’assenza di dati significativi. Ma è sopratutto nella seconda parte del romanzo che avviene il passaggio da personale ad universale, da privato a pubblico, comune e condivisibile. A partire dalla telefonata, l’impatto delle sensazioni trasmesse da Karl Ove diventa fortissimo, ed è impossibile non immedesimarsi nel suo percorso, perché quella descritta non è più solo la morte di suo papà, ma diventa la perdita di qualsiasi genitore, fratello, figlio, amico. É purtroppo molto più naturale immedesimarsi nelle parole che descrivono la difficoltà nell’ elaborare un lutto, una separazione forzata, ed in particolare il non poter fare a meno di rievocare dettagli più o meno dolorosi, chiusi fino a quel momento in cassetti cerebrali completamente ignoti, per paura di capire qualcosa in più su quella persona, qualcosa che prima era ancora troppo confuso e che adesso è finalmente chiaro, lampante; uno squarcio di amore così ironico ed amaro, perché non più condivisibile con nessun altro se non se stessi.

É questa la maggiore qualità dell’autore ed il motivo per cui varebbe la pena leggerlo, anche solo per convincersi del potere terapeutico della scrittura nel raccontare un’esperienza traumatica, della bontà delle proprie parole finalmente estratte dal cervello e messe a nudo su un foglio. Una scarnificazione dolorosa ma talmente potente e necessaria da far rinunciare a molte altre cose – nel caso di Karl Ove,  a famigliari, amici e conoscenti, che lo hanno rinnegato in quanto sbandieratore non autorizzato dei personali dettagli non solo della propria, ma anche della loro vita. Il che non gli ha impedito di continuare la sua opera, e di pubblicare i restanti cinque volumi. Tutti autobiografici.

 

 

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