Javier Marías – Berta Isla

Per chi avesse letto “La Talpa” e l’avesse trovato un po’ freddo.

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Marías è autore di due romanzi molto belli, “Un cuore così bianco” e soprattutto “Domani nella battaglia pensa a me”, il cui primo capitolo è paragonabile ad una pugnalata kafkiana nel cuore. Rispetto a quei due (quasi) capolavori, “Berta Isla” ne risulta la copia mediocre, veleggiando in acque più basse e confuse, mancando un lavoro di limatura e revisione che probabilmente ne avrebbe migliorato il risultato.

Questo a partire dai dialoghi, la maggior parte dei quali sfiora un pedante surrealismo, consistendo in pagine e pagine di citazioni poetiche e dissertazioni letterarie che nella vita vera si relegherebbero ad un forbito gruppo di studio o, come direbbe Niven, sarebbero più adatte ad un momento di disperata solitudine in balìa del whiskey, piuttosto che ad una storia di spionaggio. Alcune citazioni sono comunque incisive, geniali in qualche modo, apportando efficacemente un brivido poetico, un significato nascosto tra le righe. Ma tutti gli altri riferimenti risultano completamente fuori luogo, forzati, al punto da ottenere l’effetto opposto, laddove ciò che non si rafforza si stempera, viene diluito, si perde in similitudini poco chiare, inconcludenti, onestamente noiose.

In compenso, la storia in sé  è molto interessante. E questo non tanto per l’intelligence, le rivisazioni spagnoleggianti dei romanzi sui servizi segreti di Le Carré – una trama coinvolgente se si è amanti del genere, ben digeribile se non lo si è: un giovane uomo con la naturale abilità per le lingue e le imitazioni viene forzato ad entrare nei servizi segreti inglesi, tenendo nascoste le sue molteplici identità alla moglie, che dapprima è all’oscuro di tutto, e ad un certo punto non lo vedrà più tornare a casa.  La rivelazione del libro, più ancora dello sfortunato Tomàs,  è proprio la coprotagonista, Berta Isla, colei che “per molto tempo non avrebbe saputo dire se suo marito era suo marito”. C’è qualcosa di molto romantico e struggente in Berta, una Penelope del XX secolo, per la quale provare compassione, con la quale parteggiare per darle coraggio. Abbandonata dal marito, di cui ne ignora la sorte, il momento più alto del libro è la sua solitudine, gli anni passati nell’attesa, lottando tra la volontà di guardare oltre e la consapevolezza di non poterlo fare, di essere immobile, inerme, in bilico tra le mille domande che avrebbe voluto porre a Tomás ed il prendere atto che non avrebbe comunque ottenuto alcuna risposta sincera.

“La tua vita si è fermata e la mia è andata avanti, ma senza molto senso (…). Sì, guardo i tuoi vestiti vuoti e penso che se ti avessi davanti e potessi guardarti, anche tu mi appariresti vuoto, con le tasche sformate, pieno di macchie e pieghe, tu stesso vacuità. Assenza e silenzio; o tutt’ al più il ripetersi di un verso come le parole illeggibili su una lapide coperta di neve. Tutt’al più un sussurro all’orecchio che non capirò. Ti conosco dall’adolescenza. Da allora ti ho amato con determinazione. Ma dopo, in un lunghissimo dopo che ormai mi trascino dietro e mi attende, quanto poco ho saputo di te.”

La citazione viene da uno dei capitoli più belli del romanzo, quello in cui finalmente le analisi letterarie vengono lasciate da parte e sono i sentimenti a prevalere: emozioni vere, non cartacee, non rimandate a parole già dette di autori più illustri. Ancora una volta, questa è la conferma che non servono prose arzigogolate per dare credibilità alla tristezza o all’amore. Non c’è bisogno di grandi costruzioni letterarie per colpire al cuore di chi legge, per infondere ansia, trepidazione, speranza.

Ed è nell’attesa di Berta Isla che Marías compie un piccolo miracolo, perché da sola vale la lettura di un romanzo altrimenti dimenticabile.

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