Lionel Shriver – We Need to Talk About Kevin

Per chi volesse un figlio, ma forse no.

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Kevin è un ragazzino che un giorno si presenta a scuola armato ed uccide otto persone, sette di queste sono studenti come lui. Il massacro non è un colpo di scena per chi legge, perché viene preannunciato nella quarta di copertina e viene presentato sia come punto di arrivo e conclusione del romanzo che come premessa che ne giustifica la scrittura. Fin dal principio si intuisce anche che il vero protagonista non sia tanto Kevin, ormai quasi maggiorenne ed inerme in carcere, quanto la signora Eva Khatchadourian, sua madre, la quale in forma epistolare racconta la sua vita ed i fatti sempre più gravi che hanno accompagnato la nascita e la crescita di un figlio cattivo. E qui le cose si complicano. Il lettore si trova tra le mani un vero e proprio reportage dell’orrore, una denuncia minuziosa su tutto, ma proprio tutto quello che il figlio ha combinato da quando è nato. Episodi crudeli, subdole vendette infantili ed un crescendo di azioni sempre più violente: un elenco infinito volto a mettere in luce l’animo corrotto del pargolo, senza possibilità di consultazione o di sentire un secondo parere riguardo a quanto descritto. O meglio, un punto di vista diverso ci sarebbe, in quanto Kevin ha sia una madre che un padre, ma le opinioni di quest’ultimo vengono prontamente relegate all’ottuso ottimismo americano, all’incapacità di riconoscere ed ammettere di aver contribuito a mettere al mondo un fallimento.  Che il ragazzo sia un omicida nessuno lo mette in dubbio, ma ad un certo punto sembra lecito chiedersi quale sia il confine – se ne esiste uno – tra la propria volontà e l’ambiente, le condizioni in cui si cresce. Può la totale assenza di amore, di una qualsiasi forma di affetto,  innescare uno squilibrio mentale? Questa domanda prende forma lentamente nel corso del romanzo e rimane sospesa nell’aria, a galleggiare inquieta ed immobile come un palloncino di IT, una critica inespressa, il dubbio che in fondo l’unica testimone della vicenda non sia così attendibile come voglia farci credere. L’efficacia di questo thriller psicologico sta nell’assenza di una posizione netta, e nel lasciare al lettore la facoltà di decidere chi sia da condannare, da una parte un ragazzino insopportabile e crudele, un mostro, dall’altra un’affabulatrice, che sciorina parole complicate e bellissime, ma che non si vergona di ammettere di non aver mai voluto quel figlio, di aver sempre rigettato l’idea di essere madre, di essersi rovinata la vita, di aver mandato in malora il suo matrimonio, di aver perso ogni cosa che davvero contava, e tutto per colpa di Kevin. 

 

 

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