Hanya Yanagihara – Una vita come tante

Per chi fosse cresciuto con i cartoni animati giapponesi. Quelli particolarmente sadici.

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“Accanimento” è la prima parola che mi è venuta in mente leggendo questo romanzo. Ad essa si accompagna la sensazione opprimente che tutto andrà male, e che non esista alcuna salvezza, redenzione o neanche solo un momento di tregua per Jude, il protagonista del libro. Per il quale la vita diventa un lento procrastinare la propria morte, uno stillicidio fatto di violenza, momenti drammatici ed incomprensioni dovute all’incapacità di spiegare quale sia la natura della propria esistenza, di giustificare per quale ragione si è quel che si è. Una volta rivelate, le sue tragiche esperienze si dimostrano talmente terribili da essere assolutamente umane, e sarebbe facile rendere Jude un personaggio vicino a chi legge, suscitare empatia, affetto o partecipe disperazione. Ma non sembra essere questa la volontà dell’autrice, che forgia quel dolore per poi chiuderlo in una sfera di vetro, innalzando la sofferenza ad indecifrabile, incomunicabile separazione dal resto del mondo. Per chi ha provato anche solo una piccola parte di quel dolore, rimarrà stupito da quanto ci si senta lontani da quello che viene raccontato, e di come tutto ciò che accade nel romanzo sembri in realtà costruito, artefatto – dal successo delle carriere raccontate all’eccezionalità delle relazioni e delle vite dei personaggi, che in chiave ironica sono riportate essere semplici, “come tante”.   Tante invece sono le pagine in cui ci si chiede dove si andrà a parare e quale sia la rivelazione di chi scrive, sia essa eclatante o lieve come gli ultimi giorni di Stoner: dov’è quella sensazione che ci fa affermare che sì, valeva la pena arrivare fin qui, ed è valsa la pena vivere, essere quello che siamo, nonostante tutto? La risposta è negativa. Il mio commento, anche.

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