Kazuo Ishiguro – The Remains of the Day

Per chi pensasse alla sera come al momento migliore della giornata.

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“When you think of a great butler, he is bound, almost by definition, to be an Englishman.”

Cosa rende una vita degna di essere vissuta? Non sembrano esserci dubbi per Stevens, anziano maggiordomo al servizio di Lord Darlington: aver svolto il proprio lavoro in maniera impeccabile, ed essere riuscito a far coincidere la soddisfazione del Lord con la propria felicità. A tale abnegazione il protagonista si è dedicato costantemente, rifiutando qualsiasi distrazione e passando quasi tutta la sua vita entro le mura domestiche – ma senza soffrirne e senza mai porsi nessuna domanda su che cosa stesse accadendo al di fuori di esse. L’imminenza della Seconda Guerra Mondiale, gli eventi diplomatici sempre più serrati, il coinvolgimento azzardato del proprio padrone… Niente di tutto questo è per lui minimamente paragonabile, su una scala di importanza, a ciò che avviene all’interno della casa, alla responsabilità che viene dall’organizzazione degli spazi, i tovaglioli immaccolati, l’argenteria a lucido, le camere degli ospiti perfettamente disposte all’uso. Se si aspira alla perfezione, il mondo esterno può aspettare.

Per la maggior parte del romanzo risulta difficile immedesimarsi nel protagonista, perché si tratta di un personaggio così irreprensibile, monolico e ligio al proprio dovere, che è praticamente impossibile trovarne un riscontro nella realtà.  Ma il suo incaponirsi nel non voler vedere, nell’ ostentare imperturbabilità e nel non accettare l’ingerenza della vita, genera all’inizio incredulità, poi simpatia, ed infine tenerezza. Poiché quando finalmente il maggiordomo si decide a varcare il cancello della proprietà, é come se si trasformasse nel pianista baricchiano che scende per la prima dalla nave, e che capitolo per capitolo si apre leggermente, rivelando angoli che in realtà sono spiragli e che fanno affiorare quello che lui non è mai riuscito ad ammettere, nemmeno a se stesso: che avrebbe potuto esserci una possibilità, l’occasione di una vita diversa, ma che lo si è capito quando ormai è troppo tardi, e rinunciarvi è di fatto l’unica azione che si possa intraprendere.

“Quel che resta del giorno” potrebbe essere un romanzo noiosissimo in cui non succede quasi nulla, in cui si affonda nei ricordi e nell’incapacità di comprendere la Storia. Potrebbe essere un manuale sulla flemmatica vita di un maggiordomo, sul servire un superiore senza mai chiedersi se le sue scelte siano giuste o sbagliate; potrebbe essere semplicemente una guida sulle campagne inglesi, pittoreschi paesini ed i migliori panorami dell’entroterra britannico. Potrebbe essere tutto questo, ma l’ultimo capitolo lo trasforma, schiudendolo, e ci si sente grati per aver deciso di aspettare, perché ogni parola acquisisce un significato nuovo ed il libro si trasforma in un romanzo sull’amore perduto, sugli indizi che non si sono capiti, sulle infinite possibilità mai percorse, su quello che poteva essere, ma che non è stato e che non sarà mai più. Dalla penna di Ishiguro viene raccontato un viaggio che è anche un percorso a ritroso nella mente del protagonista, per poi non fargli trovare altro che lo scarno raccolto delle proprie azioni. Lasciato su una panchina in riva al mare a ponderare sui giorni che restano da vivere, Stevens si trasforma nella cosa più umana che si potesse trovare su carta, così vicina e condivisibile che risulta molto difficile chiedersi chi sia lui o chi siamo noi, e se l’acqua che vediamo con i suoi occhi non mostri in realtà il riflesso di noi stessi, e di quello che saremo alla fine della nostra vita.

 

 

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