Per chi volesse Warhol come amico.

“Immaginate di stare alla finestra, di notte, al sesto o al settimo o al quarantatreesimo piano di un edificio. La città si rivela come un insieme di celle, centinaia di finestre, alcune buie, altre inondate di luce verde o bianca o dorata. Al loro interno, estranei nuotano avanti e indietro, presi dalle faccende delle ore private. Li si può vedere ma non toccare, così che questo comune fenomeno urbano, che si rinnova ogni notte in tutte le città del mondo, infonde anche al più socievole degli uomini il tremore della solitudine, la sua inquieta mistura di separazione ed esposizione. Si può essere soli ovunque, ma la solitudine che viene dal vivere in una città, circondati da milioni di persone, ha un sapore tutto suo.”
É questo l’incipit di “Città sola”, un libro sulla solitudine – l’ennesimo di quest’anno – a conferma di come un argomento così spinoso possa essere affrontato da angolazioni molto diverse tra loro, e ci si possa comunque rispecchiare in tutte.
“Città sola” è sia un saggio sull’isolamento personale che un’incondizionata dichiarazione d’amore verso l’arte. I due argomenti sono collegati dalla narrazione in prima persona dell’autrice che, trasferitasi a New York per studiare vite ed opere di alcuni artisti, si ritrova a soffrire terribilmente di solitudine. Fin qui nulla di nuovo, se non fosse che il senso di emarginazione provato sia esattamente lo stesso che affiora dalle biografie da lei raccontate. Da qui il nucleo del libro, che alterna testimonianze dirette sull’alienazione newyorkese ad un’interessante, esaustiva dissertazione su figure più o meno note del mondo dell’arte. Eccellenze di fama internazionale in vita – Andy Warhol, Basquiat, Hopper – o scoperte in seguito alla loro morte, quasi per caso, come Henry Darger. Personaggi al limite dell’accettazione sociale, di cui vengono analizzate le opere, ma non solo: la Laing passa al setaccio innumerevoli pubblicazioni, interviste, registrazioni e lettere; un lavoro certosino, puntiglioso ed appassionato, che riesce a coinvolgere anche chi, leggendo, non ha la stessa preparazione dell’autrice, ma è abbastanza curioso da approfondire ciò che ancora non conosce. Allo stesso tempo, una parte del libro è dedicata alla memoria di alcuni eventi drammatici, noti a tutti ma di cui a stento se ne parla, preferendo di gran lunga dimenticarli: è questo il caso dell’epidemia di AIDS scoppiata negli anni ’80, manipolata dai goversi e condannata ipocritamente dalla società. Un’epidemia, “il cancro dei gay”, che ha falcidiato la scena artistica internazionale, e che la Laing riesce a rappresentare come un quadro, un’opera collettiva di ingiustizia, sofferenza e isolamento, commuovente e terribile.
“In quegli anni David (Wojnarowicz) disegnava sempre la stessa scena: creature legate l’una all’altra tramite tubi o corde o radici, un feto attaccato a un soldato, un cuore a un orologio. I suoi amici erano malati, i suoi amici stavano morendo; sprofondava nel dolore, costretto a guardare negli occhi la propria mortalità. E il pennello scorreva ancora e ancora, disegnando i legami che tengono insieme le creature. (…) Più avanti mise in parole questo desiderio: «Se potessi unire i nostri vasi sanguigni per trasformarci l’uno nell’altro, lo farei. Se potessi unire i nostri vasi sanguigni per tenerti ancora saldo sulla terra, lo farei. Se potessi aprire il tuo corpo e scivolare nella tua pelle e guardare con i tuoi occhi e fondere per sempre le mie labbra con le tue, lo farei».”
In “Città sola” si discute di arte, storia, società, aneddoti biografici e malattie mentali. Ha il pregio di essere semplice, interessante e praticamente perfetto, riuscendo a convogliare un intero universo emozionale ed artistico – visivo, uditivo, materico – in un unico medium d’eccellenza: la scrittura.