Per chi avesse dimenticato che la sofferenza è spesso invisibile.
E che un atto di gentilezza può aiutare, sempre.

In Gran Bretagna la prima regola sociale prevede che alla domanda “Come va?” si risponda sempre: va tutto bene. Non esistono eccezioni, neanche se il giorno prima si è stati licenziati o lasciati all’altare. Io ci ho messo un po’ a capirlo, e a darmi una dritta sono state le espressioni imbarazzate dei miei colleghi inglesi, che una volta posta la domanda di rito si ritrovavano bloccati per preziosi minuti, obbligati a sentirmi blaterare su come fosse andato male il fine settimana. Mai, mai dare una risposta articolata. E soprattutto, se fosse quello il caso, mai ammettere che sta andando tutto a rotoli. Per la maggior parte delle persone – anglosassoni inclusi – è comunque molto difficile mantenersi impassibili e fare finta che sia sempre tutto ok. Siamo umani, viviamo di emozioni, siamo empatici: qualcosa alla fine trasparirà. Non è il caso della protagonista di questo romanzo, Eleanor Oliphant, a cui è capitato qualcosa di talmente tragico, violento e traumatico da creare uno scudo protettivo verso se stessa, rimuovendone il ricordo, recitando talmente bene da convincersi che non sia mai successo nulla. Ad aiutarla nell’impresa, due o tre bottiglie di vodka nel week-end, e vivere – o meglio, sopravvivere – nella più rigorosa solitudine. Non avere alcun legame umano che possa essere definito tale, non parlare con nessuno se non obbligata, avere interazioni sociali così limitate e sporadiche dal sobbalzare al suono del campanello di casa. Ignorare i colleghi, che del resto la evitano perché freak, strana, evitare gli spazi comuni, mantenere una routine così serrata dal riuscire ad anticipare anche il più piccolo imprevisto. In questo caso, per chi ha sperimentato la solitudine anche per un breve periodo della propria vita, è molto difficile non immedesimarsi in Eleanor. Interrogata sulla genesi del romanzo, l’autrice Gail Honeyman ha dichiarato di esserle rimasto impresso un articolo che affrontava l’argomento della solitudine e citava il caso di una giovane professionista che viveva in una grande città, a cui capitava spesso di lasciare l’ufficio il venerdì sera e ritornare al lavoro lunedì successivo, senza aver parlato con nessuno per tutta la durata del weekend. Da qui è iniziata la sua riflessione sulla difficoltà nell’avere connessioni interpersonali significative, ed è scaturita l’idea di partenza per il personaggio del libro. Nel leggere l’intervista, io stessa ho pensato che quella professionista potrei tranquillamente essere stata io. E sebbene le mie esperienze non siano traumatiche come quelle di Eleanor, per me in quanto lettrice non è difficile immaginare la sensazione alienante di avere una doppia vita, un segreto di cui non si possa parlare mai, perché troppo pesante per essere menzionato in una conversazione leggera, ed allo stesso tempo non riuscire a stabilire un contatto tale da portare lo scambio ad un livello più personale, intimo. Ritrovarsi a sorridere come una marionetta auto-comandata per evitare l’imbarazzo del mostrare chi si è veramente; il cosiddetto lato oscuro, ben celato sotto il teatrino delle convenzioni sociali. La buona notizia è che non si può controllare tutto, neanche Eleanor ne è capace: accade che un piccolo tassello ondeggi e caschi in avanti, colpendone uno leggermente più grosso, e così via. Finché qualcosa si muove, interrompendo la routine e sconvolgendone le abitudini, iniziando un processo di scoperta e consapevolezza, un iter molto doloroso ma necessario per riuscire finalmente ad affermare, e non più limitarsi a negare. Negare il trauma, negare che ci sia un problema, negare che si è stati male, malissimo, e che il malessere permea il presente a tal punto dall’impedire qualsiasi piccolo movimento in avanti. “Eleanor Oliphant is completely fine” è una buona novella, un elogio alla buona azione, un promemoria che ricorda alle persone che la gentilezza è impagabile e che a volte basta una parola accorata, sentita, per interrompere un circolo vizioso. E per quanto sia banale affermare la regola del “Be kind”, siate gentili, ripeterlo una volta in più, creare una storia bellissima a supporto di questa tesi, non ha mai fatto del male a nessuno. Casomai il contrario.