Per chi si sentisse dannato.

Il romanzo si fonda sul concetto che esistano vari livelli, più conosciuti come gironi infernali, in cui si possa precipitare. Nel caso del protagonista, significa iniziare la propria vita da innocente per poi essere sepolto vivo, in un territorio di guerra che è anche la propria casa, e che improvvisamente cessa di essere tale. Avere il terribile presentimento di aver assistito al massacro della propria famiglia, ma di non potere – o non riuscire- a ricordarlo, perché troppo piccolo. Il bambino diventa un uomo che vive con un’idea, un punto interrogativo perenne e inconsapevole, un verme che scava lentamente nella testa. Un uomo il cui tentativo di ricostruirsi un’esistenza si infrange nel momento in cui alla propria moglie viene strappata la vita brutalmente. Assassinata. E qui si torna al primo capitolo del romanzo, in cui l’orrore del presente, la rabbia soffocata ed il sentimento di perdita improvvisa agiscono come un perno, un cuneo dolorosissimo che libera l’idea e fa improvvisamente ricordare. Che si aveva un padre, una madre, una sorella, una casa gialla con un bel giardino, che si era amati, che si era felici, e tanto. E che un giorno tutto questo è sparito e ci si è ritrovati sottoterra, circondati da animali morenti, dal sangue ancora caldo. Ecco la bestialità umana.
Il protagonista è un uomo già morto, annichilito, distrutto dal dolore, che adesso ricorda e che vuole sapere, perché è un suo diritto, ed è l’unica cosa che gli rimane. La ricerca della verità che procede su due binari, due rette che non si incontrano mai se non in un dettaglio – da una parte l’assassino, chi ha ucciso la donna che amava disperatamente – da una parte la macchina infernale che lo ha strappato dalla sua vita di bambino, in Libano.
“Gli umani sono soli. Malgrado la pioggia, malgrado gli animali, malgrado i fiumi e gli alberi e il cielo e malgrado il fuoco. Gli umani sono sempre sulla soglia. Hanno avuto il dono della verticalità, e tuttavia conducono la loro esistenza curvi sotto un peso invisibile. (…) Gli umani sono sotto il giogo di una maledizione che li relega lontano dalla loro felicità.”
“Anima” è un romanzo senza speranza, in cui il protagonista è condannato inesorabilmente alla sofferenza e sopravvive con la consapevolezza di essere marchiato a vita, come un animale da macello. A raccontare questa terribile ricerca non è lui né l’autore: curiosamente, con un espediente meraviglioso che ha della genialità e che stempera i fatti narrati, a parlare di quello che accade sono gli animali che il protagonista incrocia lungo il suo percorso. É il gatto scostante di sua moglie, alla ricerca della mano che lo accarezzava e che adesso è fredda e riversa sul pavimento, è il topo che cerca del cibo rasentando i muri di una locanda, il ragno che tesse i suoi fili argentati appeso al lampadario, il pesce nella vasca del medico che ha eseguito l’autopsia. Gli uccelli appollaiati oltre il vetro della finestra, la volpe che scappando incrocia una macchina in corsa. Puzzole, api, mosche, conigli. Tutto il mondo animale segue il susseguirsi degli eventi, chi pigramente, chi in modo astratto, limpido, bestie abituate alla vita e rassegnate alla morte, finché un animale in particolare decide di intervenire e di andare in aiuto all’uomo dannato, deviando il corso della caduta libera, cercando di evitare il precipizio. Compiendo il primo gesto d’amore.