John Williams – Stoner

Per chi scegliesse di attenersi alla traccia.

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Vorrei spendere gioiose parole sul romanzo di John Williams, ma Peter Cameron mi ha preceduta scrivendone di bellissime nella postfazione del libro. La chiave di tutto è che si possono produrre “pessimi romanzi su delle vite emozionanti e che la vita più silenziosa, se esaminata con affetto, compassione e grande cura, può fruttare una straordinaria messe letteraria. È il caso che abbiamo davanti.”

Protagonista di “Stoner” è proprio William Stoner, scelto tra mille altri immaginari professori grazie al mancato raggiungimento di qualsiasi obiettivo e per la difficoltà che persino i suoi studenti hanno nel ricordarne fattezze e parole. Lo scrittore ne racconta la vita, partendo da uno Stoner ragazzino della fine dell’ Ottocento, contadino e ignorante, e riportando tutti i fatti che lo fanno approdare all’Università del Missouri, prima come studente e poi come insegnante nel Dipartimento di Inglese, dove rimane fino alla sua morte. Proprio come anticipato, non c’è nulla di rocambolesco, imprevedibile e brillante nella sua esistenza, le esigue scelte che si trova a dover prendere si rivelano quasi tutte passive o sbagliate, pochissimi i colpi di testa, ancora meno gli apici di eroismo e di drammaticità. Per non parlare dell’amore, quello Vero, a cui il protagonista sceglie di rinunciare.

“Contemplò con incommensurabile tristezza quel loro ultimo sforzo di sorridere che assomigliava alla danza della vita su un corpo morto. (…) Coniugarono quella coscienza con la grammatica, passando dal passato prossimo – Siamo stati felici, vero? – all’imperfetto – Eravamo felici, più felici di chiuque altro. – Fino all’inevitabile futuro.”

Verrebbe naturale chiedersi quale sia il motivo per cui ne è stato fatto un romanzo: che insegnamento, ispirazione si può trarre da una cantata dell’uomo comune, da un anti-eroe dalle tiepide passioni, che si accontenta di opzioni eccessivamente ponderate?

Ci sono due risposte. La prima è che la maggior parte delle persone è più Stoner che Kerouac. Per quanto risulti difficile digerirlo, ci si immedesima molto più facilmente nella biografia di una persona che va a vivere in un posto, si laurea, sceglie una professione e a quella si adatta per il resto dei suoi anni – e non per mancanza di coraggio, ma proprio perché non sente la necessità di provare a fare altro. Se la letteratura, il cinema, l’arte dovrebbero far sognare una realtà diversa, Williams decide di attenersi al vero e celebrarne la mediocrità, senza tentativi di arricchirne la trama. E continua a fare questo fino a suscitare rabbia ed impazienza in chi legge: verrebbe da scuotere il protagonista, intimargli di svegliarsi, di uscire, di vivere! Svegliati Stoner, il mondo è altrove! E invece niente, lì ci si trova e lì si rimane, impassibili di fronte alle opportunità mancate, irremovibili nella coerenza, appiccicati alle proprie scelte di vita. La seconda risposta ce l’ha data Cameron nella postfazione: che anche l’esistenza più piatta e grigia può risultare avvincente, poetica e meravigliosa. Basta trovare le parole giuste per raccontarla.

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