Per chi volesse resuscitare i morti.

“Quell’uomo sapeva un po’ di prateria. Già. Fu come entrare in un fienile a notte fonda. O in un umido ufficio nelle pianure, dove arde ancora una candela. Vasto. Ventoso. Nuovo. Triste. Spazioso. Curioso. Pessimista. Ambizioso. Schiena un tantino dolorante. Scarpone destro che prudeva.”
Abraham Lincoln, un Presidente passato alla Storia sulle cui spalle ricade una tragedia improvvisa: la morte del figlio Willie durante un ricevimento, mentre tutti festeggiano e la luna brilla alta nel cielo (perché è storicamente assodato che sì, la luna c’era). “Lincoln nel Bardo” inizia come un reportage di un evento storico – la cena, le danze, la morte – descrivendone i fasti ed il successivo dramma attraverso le testimonianze di chi a quella festa ha partecipato per davvero. E sempre i fatti storici raccontano di come Lincoln dopo il funerale decida improvvisamente di andare a trovare il figlio al cimitero, e in un modo molto umano e ben poco presidenziale si ritrovi a stringerlo tra le braccia per l’ultima volta, indifferente a tutto tranne che all’amore sconsolato e all’impossibilità di rassegnarsi di aver perso una parte di sé, la più bella e delicata.
“Suo figlio se n’era andato; suo figlio non era più. Suo figlio non era in nessun luogo; suo figlio era in ogni luogo. Ormai qui non gli restava più nulla.”
Quello che la Storia non dice, ci pensa Saunders ad immaginarla e a renderla altrettanto reale: poiché accade che al cimitero vaghino le anime dei morti che non si rassegnano al fatto di esserlo (stecchiti) e che aspettano la fine di quella strana, fredda malattia per ritrovare i propri cari, ottenere una vendetta, spassarsela ancora come quando quella mattina si sono ritrovati riversi su un letto, senza avere fiato per chiedere aiuto. Trattasi di anime dannate, capaci di resistere notte dopo notte alla tentazione di sprofondare all’inferno raccontando sempre la stessa – nonché l’unica – storia che conoscono. La propria vita. Potenti, schiavi e religiosi si alternano sul palcoscenico parlando dei fatti che li hanno portati fino a lì, chi piangendo e chi facendosi beffe del destino, chi ottusamente sicuro di poter tornare alla ribalta, e chi rilasciando dichiarazioni di amore incondizionato verso la vita. Le stesse anime, tre in particolare, raccontano dell’apparizione di Willie e di come l’arrivo un ragazzino undicenne fresco di malattia ma dai modi principeschi arrivi a scombussolare un equilibrio che durava da secoli.
In questo scenario dantesco, tra angeli e gironi infernali, l’unico vero intruso è proprio Lincoln, che da Presidente diviene padre affranto, esempio storico dell’ amore genitoriale per eccellenza, ricolmo di sensi di colpa e dubbi sull’ingiustizia del vivere dopo essere stato testimone di una morte così devastante. Del resto a chi non è capitato di chiedersi “Perché a me?”. A chi non è capitato di sforzarsi di ricordare un volto e di rendersi conto con paura che già i contorni stanno sfumando nella memoria, che esisteva un prima ma non è possibile immaginare un poi. Ritrovarsi in un Limbo tra la vita che continua e l’incapacità di accettare una perdita, sentirsi spaventosamente soli, l’unico ingranaggio difettoso in un ciclo che è spietato nel suo non aspettare e nel non concedere una pausa per abbandonarsi al dolore.
Lincoln rappresenta la perdita di una notte, l’annegante alla ricerca di una sponda, la risoluzione improvvisa e ferrea che infine giunge all’alba.
Saunders è uno scrittore geniale, e questo è un romanzo bellissimo.