Per chi si sentisse un uomo con due facce.

“I am a spy, a sleeper, a spook, a man of two faces.”
“Sono una spia, un dormiente, un fantasma, un uomo con due facce”.
Così inizia “The Sympathizer” (Il Simpatizzante in italiano). Letto due volte, la prima in lingua originale e la seconda nella mia, perché anch’io non scherzo se si parla di doppia identità. Entrambe le volte ho amato incondizionatamente questo libro, che ha avuto un successo strepitoso ed ha vinto sei premi letterari, di cui il Pulitzer nel 2015. Il romanzo si presenta come una confessione di una spia comunista di origini franco-vietnamite ai tempi della Guerra in Vietnam: una persona ignota, che rientrata in patria viene catturata dai suoi ed obbligata ad un lungo processo di riabilitazione dalla sua presunta americanizzazione e costretta all’espiazione delle proprie colpe prima di poter essere rimesso in libertà.
“Non eravamo un popolo che si lanciava in guerra al primo squillo di tromba. No. Noi combattevamo accompagnati da canzoni d’amore, perché eravamo gli italiani dell’Asia.”
Ma dalla stesura di una confessione di 295 pagine al divagare tra le proprie memorie il passo è breve e questo confine viene abbondantemente superato dal protagonista, senza peraltro alcuna reale volontà di attenersi alla traccia. E così viene fuori la difficoltà nel mantenere un punto di vista univoco e ferreo sulla Causa Rivoluzionaria, laddove ad ogni vittoria corrisponde una percentuale di morti esponenziale, ed i morti sono vietnamiti, propri connazionali malgrado lo schieramento politico. Ed emerge l’impossibilità di condannare in via definitiva l’Occidente, che ha invaso, piegato, promesso senza mantenere e poi abbandonato il paese in cui si è nati, quando dall’altra parte si assiste con amarezza al compimento dello stesso iter, e in questo caso a guidarne la distruzione sono i propri vicini e fratelli di un tempo. Della serie, grazie a tutti, ma ora che abbiamo imparato a fotterci ed ucciderci da soli non abbiamo più bisogno di un intervento esterno. Una confessione all’apparenza facile da scrivere, se l’obiettivo fosse realmente far contenti un Comandante ed un Commissario comunisti molto esigenti, ma che si dimostra un esercizio troppo difficile nella sua banalità e si trasforma nell’incanalatura di due prismatici punti di vista, di concessioni ad entrambe le fazioni, diventando a poco a poco una spiegazione continua su come si sia arrivati ad essere troncati in due, da una parte l’Oriente e dall’altra l’Occidente, e di come ci sia ridotti ad essere la metà ed il doppio di tutto. E spiega come una cicatrice su una mano e una promessa tra ragazzini valga ancora dopo anni, se l’incisione della pelle ha di fatto corrisposto ad un’amicizia inossidabile, seppure con un futuro nemico. Un amore fraterno che supera tutte le barriere, l’inchiostro simpatico, i messaggi in codice, le missioni, gli assassinii, i fantasmi, le sbronze, l’esilio, il lutto, la propria condanna a morte. Una confessione colma di dolore somministrato lentamente, con noncuranza e divertimento, grazie all’uso impietoso dell’ironia dell’autore e a parole utilizzate come proiettili solitari o vere e proprie scariche di mitra. Un mea culpa che raggiunge il suo picco finale quando finalmente chi ne scrive capisce di quali crimini si sia realmente macchiato e quale significato selvaggio e atroce si nasconda dietro ad uno slogan recitato così tante volte da perdere qualsiasi significato.
Perché cosa c’è di più importante della libertà e dell’indipendenza?
Si arriva ad un punto in cui non si riescono più a trovare le parole per dare la soluzione. Perché è difficile trovare la risposta giusta, nonostante l’indottrinamento. Ed è difficile rimanere impassibili, una volta capito lo scherzo.