Per chi aspettasse lo scioglimento dei ghiacci.

“E poi in maggio uno a chi può sparare, se non a se stesso?”
Che a morire di maggio ci voglia tanto (troppo) coraggio, lo sa anche Jónas, protagonista di Hotel Silence. Ed infatti per togliersi la vita sceglie di andare lontano, in un posto di guerra, dove la morte è così frequente da trasmettere un senso di accoglienza ad un suicida solitario. La partenza è preceduta dalla meticolosa preparazione di una persona che esperta di morte non è: un biglietto scritto e riscritto per la figlia, la visita alla madre la cui mente fluttua incontrollata tra realtà e ricordi, i pochi discorsi col vicino di casa a cui chiede un fucile senza cartucce (per poi rinunciare). E poi l’ineluttabile partenza sapendo di andare a morire, una vacanza perenne, una casetta degli attrezzi in valigia per non rinunciare alle proprie abitudini.
“Io faccio quello che le tre Guðrún della mia vita mi chiedono di fare. Metto su specchi e mensole e sposto mobili da un punto all’altro, dove dicono loro (…). E tuttavia io non sono uno che distrugge, sono piuttosto uno che ripara, che aggiusta le cose che si guastano. Se mi domandano perché faccio quello che faccio, rispondo: me l’ha chiesto una donna.”
Ma perseguire l’obiettivo di togliersi la vita si dimostra più difficile del previsto, quando allo stesso tempo si ha a che fare con persone che hanno lottato con i denti per salvarsi. Quando tutto è distrutto, in rovina, ma le piccole attività locali continuano ad aprire in attesa di clienti che sicuramente non verranno. Quando ogni angolo di strada è un souvenir di ricordi strazianti e le scie di sangue sull’asfalto ricordano di quando le vittime strisciavano via, lentamente, senza sperare in un salvataggio ma dimostrando di essere vive fino all’ultimo. E quando si entra in confidenza con una di queste persone, come si fa a spiegare che si è arrivati fin lì per morire? Come si spiega la tristezza immane, la depressione, il contare le ore che mancano alla parola Fine, ad una persona che non ha altro che la vita perché ha perso tutto il resto, la persona amata, i genitori, gli amici? Che non ha più un posto dove stare e quelli rimasti sono inaccessibili perché disseminati di mine? Come si fa a non provare vergogna per la propria malattia, una malattia mentale e terribile, una guerra costante che non lascia segni visibili se non l’incapacità di riuscire a sorridere e a pensare che le cose forse andranno meglio?
“Così ci incontravamo a metà strada: io le passavo la sofferenza, lei mi assegnava i lavori.”
Sentirsi parte di qualcosa, di una comunità. Sentirsi utili, dopo molto tempo. Il potere taumaturgico della ricostruzione con le proprie mani, di un impegno preso nei confronti di qualcuno. Il baratto, lo scambio, sentire di avere uno scopo. Ogni tassello, ogni mattone aggiunto diventa metafora di una ferita che si chiude, una rimarginazione mentale e fisica. Un panorama in rovina che a poco a poco si trasforma in un nuovo strato di pelle, una cicatrice, una lastra di ghiaccio da cui improvvisamente nasce un fiore.
Questo è sicuramente uno dei più bei libri che io abbia mai letto.
L’ho consigliato, regalato e prestato.
E’ un libro che non ti aspetti. Ti chiedi cosa sta succedendo per buona parte del libro.
Poi capisci che forse non c’è risposta. Bisogna solo attendere ed aspettare.
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