Per chi dentro di sé ammettesse di aver sbagliato tutto.

“Our relationship wasn’t the sun, the moon, and the stars, but it wasn’t bullshit, either.”
Ci sono racconti d’amore e poi c’è Junot Díaz. Che racconta di come l’amore finisca e di come spesso sia proprio colpa di chi se ne lamenta. Ogni scritto ha una sua anima e tuttavia segue un preciso filo conduttore, passando dalla confessione senza peli sulla lingua di come il protagonista abbia tradito e perso la sua ragazza all’attrazione provata verso la fidanzata del fratello e verso la vicina tutta muscoli, fino all’entrare in un loop mentale per cui nessuna donna al mondo potrà mai rimpiazzare il primo amore sprecato per eccesso di stupidità. A parti meravigliosamente ironiche, divertenti ed auto-commiserative si affiancano tematiche molto più delicate e, per quanto serie, mai realmente discusse ma sempre presentate come dato di fatto, accessorio e cornice entro cui far nascere una storia. La malattia mortale del fratello e la ribellione dello stesso attuata attraverso atteggiamenti autodistruttivi, fino all’ultimo. La tristezza della madre, emigrata negli USA da Santo Domingo, aumentata dalla delusione e ridimensionamento del sogno americano del marito. Il senso di esclusione e l’incapacità di sognare una vita migliore, o quanto meno più felice. La reclusione voluta dal padre, e l’immagine di due bambini infreddoliti chiusi in casa perché il mondo d’inverno e la neve fanno paura. E alla fine l’idea di non riuscire mai a liberarsi dall’ossessione del primo amore, che sembrava così divertente nelle prime pagine, che degenera in depressione ed impossibilità di reazione psicologica e fisica: un lungo lamento, tanto patetico quanto reale, che attesta come d’amore si viva e si muoia, nello stesso momento e nei secoli dei secoli. Amen.