Per chi pensasse al Natale con ansia crescente.

Iniziare un romanzo di John Fante è come cimentarsi nella bella copia di Ammaniti, il che significa che si rasenta la perfezione. Dalla prima riga in poi si va avanti in apnea, passando da un personaggio all’altro, dai pensieri alle reazioni senza riuscire a non immedesimarsi e ad avere un occhio critico e distaccato verso i casi umani ritratti in modo impietoso ma reale, i loro sbagli, le loro reazioni sconsiderate. Si legge di Bandini e si diventa Bandini, immobile ma arrabbiato col mondo, violento, orgoglioso; si passa a sua moglie Maria ed improvvisamente ci si ritrova con mani piccole e bianche, bianchissime, innocenti, umiliate ma fedeli alle promesse fatte. Ci si divide poi in tre parti ciascuna rappresentante la testa dei figli, dal più piccolo ed ingenuo al più grande e smanioso. Improvvisamente abbiamo le lentiggini – che odiamo – e la testa piena di parole d’amore che escono di sproposito e ci fanno sprofondare in un mare di imprecazioni. Siamo poveri, sfigati, derisi da tutta una scuola. E assistiamo senza parole e senza possibilità di intervento al logorarsi improvviso di un rapporto genitoriale, divisi tra l’ammirazione per il colpo grosso del padre e la pietà, il terrore nel guardare una madre che diventa pazza. E il Natale si avvicina, una data che dovrebbe essere un momento di condivisione e gioia e che non possiamo che ammirare dalle finestre delle case degli altri, mentre a casa c’è solo freddo e neve macchiata di morte. “Aspetta primavera, Bandini” non è solo un titolo azzeccato, è una promessa alla vita, la tenacia dell’attesa e l’infondata speranza che qualcosa finalmente cambi, che i problemi vadano a posto e che quel fiocco di neve a forma di stella non si sciolga ma si liberi nel cielo per permettere di esprimere un ultimo desiderio.