Edward Bunker – Educazione di una canaglia

Per chi pensasse che bastino un foglio di carta ed una storia da raccontare

per diventare scrittori.

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“Sono convinto che chi non legge resta uno stupido.”

Con questo libro Bunker ha risposto a tutti quelli che gli chiedevano di raccontare la propria vita. Senza dubbio, anche nelle sue opere precedenti c’erano tanti rimandi ed ispirazioni prese dalla vita vissuta – storie di ladri, criminali e carceri, del tutto verosimili, e sicuramente rese più piccanti dal fatto che l’autore in carcere c’era stato davvero. Per tanti anni. Alla fine Bunker l’ha capito: basta inventare, la storia più bella ce l’ho io, sono io.

“Educazione di una canaglia” si divora, perché parla di un mondo parallelo e nascosto che la massa non conosce in prima persona e che comunque ha un fascino terribile. In quanto lettori, tifiamo tutti per Bunker e quindi per il crimine in generale: speriamo che nessuno lo fermi alla guida dell’auto rubata, che possa continuare il suo lavoro da pappone in santa pace, che al giudice venga un infarto prima della sua udienza, che nessuno lo arresti mai. Tuttavia, se le cose si mettono male, viene fuori un lato crudele in cui non ci si accontenta di una condanna pacifica: in carcere si spera nel confronto, nella rissa col coltello, nei finali rocamboleschi, nel morto – tutte cose che se chi legge fosse davvero stato un giorno in prigione si augurerebbe di non dover affrontare mai. Ma tanto c’è stato Bunker in galera, mica noi.

Da parte sua, l’autore non manca di dipingersi come un eroe sfortunato, una persona con problemi psicologici dannato da una società crudele, e per questo indirizzato verso l’unica strada possibile – il crimine. Questo concetto è il perno su cui ruotano i capitoli e la crescita di Bunker. Ripetuto strenuamente, alla fine sfocia nel ridicolo, una Jessica Rabbit di L.A. che continua ad affermare a sua discolpa “Non sono cattiva, è che mi disegnano così”. A questo concetto, per quanto discutibile, si associa una scrittura né carne nè pesce, senza introspezione (se non si contano i momenti “Mea culpa, anzi no, vostra culpa!”) e senza bellezza. Tante, tantissime ripetizioni, ridondanze, mancanza di alternative. Per chi ama leggere, parte del risultato è automaticamente accettato con l’idea che non si stratta di un autore convenzionale e tecnicamente Bunker non sarebbe neanche uno scrittore. Ma si arriva ad un punto in cui anche questa scusante non regge più: semplicemente, non ne vale la pena. Come recita il retro della copertina, si tratta del “Capolavoro di Edward Bunker, in libro in cui l’autore racconta senza alcuna finzione narrativa la vera storia della sua vita”. E’ scritto tutto in questa frase:  attenzione, state per leggere un libro brutto, e pensate un po’, è anche il suo capolavoro.

 

 

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