Per chi sognasse di incontrare un autentico criminale siberiano.

“Educazione siberiana”: un libro avvincente, presentato come un’autobiografia dell’autore. Lilin racconta infatti storie, segreti e tradizioni della sua gente, criminali incalliti di Fiume Basso, e di lui che già a pochi anni maneggia fionde, coltelli ed infine pistole. Religiosità, insegnamenti di vita, assassinii sfiorati, crude esperienze carcerarie. Tatuaggi. Gli episodi narrati sono interessanti per sé stessi, squarci di una cultura lontanissima dalla propria, ma sensata, reale, quasi ammirevole. Nicolai Lilin scrive in italiano e male, con uno stile piatto e tante ripetizioni, abusando della parola “criminale” (ripetuta ogni tre righe, per tutta la durata del libro), ma il lettore va avanti e perdona tutto, perché l’impressione che trapela è che appunto a scrivere sia un criminale salvato – un sopravvissuto – uno che di mestiere fa altro, non certo lo scrittore. E quindi tanto di cappello.
Ho finito il romanzo e ho pensato “Wow”. Che figata la Siberia.
Qui iniziano i problemi. Perché a me è venuta la curiosità di vedere in faccia l’autore e l’ho cercato su google. Sono bastati due increduli minuti per scoprire che il Signor Lilin ha inventato buona parte della storia, che di vero nell’autobiografia c’è poco o nulla. E se cade la componente del vero, improvvisamente il libro si rivela per quello che è: un romanzetto scritto male, senza ragione di essere elogiato. Una farsa culturale che punta le carte migliori sull’essere tutto vero. “Mi ha detto mio cugino che una volta è morto…”.
La Siberia di Nicolai Lilin è come l’armadio attraverso cui si accede a Narnia. Un paese fantastico, fatto di tradizioni inventate e tanta avventura criminale. Da prendere per quella che è: fiction. Senza metterci il cuore.