Per chi intrattenesse lunghe conversazioni con la propria coscienza.

Recensisco “La profezia dell’armadillo” con l’idea che ormai questo libro l’abbiano letto tutti, ma facendo finta che invece no (sennò non c’è gusto). Io in particolare ero un caso atipico, avendo letto tutti gli Zerocalcare successivi, ma mai il primo, cioè questo, che comunque ho abbondantemente regalato e di cui ho sempre parlato benissimo, sulla fiducia. Alla fine, per il fatto che non l’avevo ancora letto mi è venuta una specie di ansia al contrario, e cioè la paura che potesse non piacermi poi così tanto. Sì, rientro nella categoria della gente problematica. La mia idea è che essendo il primo ci sarebbe potuto essere molto spazio di manovra in termini di miglioramento. E dopo i due picchi di “Dimentica il mio nome” e “Kobane calling” non avevo tanta voglia di andare all’indietro come le aragoste.
C’è un ma, ovviamente.
Il ma è che “La profezia dell’armadillo” è delicato e bellissimo (sospiro di sollievo). E’ anche semplice, tanto, ma va bene così. C’è una storia che fa da cornice a tutto il resto, la morte di un’amica. Si parla di come affrontarla, del fatto che non ci sono mai le parole giuste, e ci si sente un po’ cretini oltre che svuotati. Ci si ritrova seduti su un muretto a fissare il vuoto e a non potere far finta di niente, ognugno con la propria balena sulla schiena, un peso da niente, che vuoi che sia. Anzi la mia è un’orca, che fa più design, ma tanto pesa uguale. Il resto sono singoli episodi e vignette di poche pagine, in cui a poco a poco si delinea a Zerocalcarosità, geniale e a sprazzi divertentissima, che poi ritroviamo in tutti gli altri libri. E’ l’incastro tra le due cose il vero punto di forza. Com’è che si passa dai dinosauri a parlare di anoressia, com’è che tra le botte della polizia e dei nazisti dei centri sociali c’è anche tutto questo male e rimpianto di cose non fatte, cose che avrei potuto dire o fare prima di perderti per sempre, Camille?
E perché uno ascolta sempre la propria coscienza, anche quando è appurato che non ne azzecca una, e che è sostanzialmente una fregatura annunciata?
Autoconvincimenti sbagliati, grandi facciate, amori mai dichiarati e quindi dissolti. Non c’è una risposta giusta, se non che è la natura umana. Ormai ci abbiamo fatto l’abitudine, e qualora ce lo fossimo dimenticati, non c’è problema: c’è sempre un armadillo a ricordarcelo.