Per chi si illudesse di avere in mano il nuovo “Gattopardo”.
E invece no.

Prima di commentare questo libro, mi sono documentata. Ho letto sia la prefazione che la postfazione. Ho letto su Wikipedia la storia dell’autrice. Ho letto articoli su internet. Le recensioni su Amazon (il che la dice lunga su quanto fossi dubbiosa). E per finire, come dimenticare che questo libro me l’ha fatto comprare Pietro, il mio libraio di fiducia a Firenze, che semplicemente non può avermi consigliato un libro brutto (ma neanche un libro cosìcosì). Non è possibile.
La protagonista de “L’arte della gioia” si chiama Modesta e il primo capitolo inizia col botto – un bello stupro in dialetto, tanto per non avere dubbi sulla crudezza verista del narrato. Ma io che sono reduce da “Il colore viola”, non mi formalizzo molto sulla violenza domestica e vado avanti. E avanti. E ancora avanti, fino a pagina 533.
Goliarda Sapienza è come quegli studenti a scuola la cui pagella si riassume in “è intelligente, ma non si applica”. La storia c’è, è interessante, innegabilmente. Peccato che sia scritta da cani. Peggio, sembra scritta da qualcuno che non ha mai preso un libro in mano, e che ereditata una macchina da scrivere abbia giocato a fare il romanzone. Daje Goliarda, inventati l’italiano e nuove dimensioni spazio-temporali in cui fare flutturare gli eventi come se fossimo tutti ubriachi. Crea pure un narratore che diventa Modesta che ritorna narratore ogni tre righe, rendendo tutto più confusionario. Capisco l’arte del Vero, per carità. Ma il mio amore per la lettura è tale, e qui sempre Zerocalcare mi disegnerebbe come il critico culinario di Ratatouille, che non mi limito ad amarla, la venero. E dunque no.
Rendo omaggio a Goliarda Sapienza per essere riuscita nell’impresa di avermi stupita con un romanzo brutto. Non mi stupisce che fino al 1998 non sia mai stato pubblicato, “rifiutato dai principali editori italiani”. Se io fossi un principale editore italiano, consiglierei all’autrice di andare a scuola e di dedicarsi a qualcos’altro. Se io fossi Hemingway, Wallace, Fitzgerald, VERGA, mi metterei a ridere e tornerei al consiglio di prima (altro, per favore). Ma dato che non sono nessuno di loro e non posseggo neanche un giornale, mi limito a scuotere la testa e a pensare che è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati.
(Note per il futuro: Pietro, parliamone)