Per chi fosse segretamente innamorato delle parole. Come Foer.

“Fece un lettino con giornali accartocciati in una pentola fonda per cuocere il pane e lo infilò delicatamente nel forno in modo che la bambina non fosse disturbata dal rumore delle cascatelle. Lasciò aperto lo sportello del forno e restò seduto a guardarla per ore come si potrebbe guardare una pagnotta che lievita.”
Jonathan Safran Foer ci presenta la sua versione moderna di un amico di penna: Alex, ragazzo ucraino, inglese stentato, sognatore ad occhi aperti di un’ America lontana. L’autore si reca in Ucraina con l’idea di ritrovare Augustine, la donna a suo tempo fanciulla che salvò suo nonno e lo aiutò a fuggire dai nazisti. Non parlando la lingua, ha bisogno di una guida: da qui il suo incontro con Alex, che assieme al nonno cieco (il suo) e alla sua fedele cagna lo accompagnano in un viaggio senza capo né coda, fatto di silenzi, risate (molte) ed improvvise, devastanti rivelazioni. Di fatto, la vicenda narrata è scritta esattamente a due mani: Foer parla della sua famiglia e del suo paese di origine, ricostruendone la genealogia e la successiva distruzione, e scompare come narratore facendo parlare i suoi personaggi. Alex invece racconta del viaggio, usando una propria interpretazione dell’inglese, del tutto personale, comica, bellissima. Le due storie convergono in un unico punto, in cui tutto ha inizio e fine nello stesso tempo, in cui l’amore si mischia con la morte nel muovere il sole e le altre stelle, ed ogni cosa è illuminata, cioè, alfine, chiara.
“Se nel mondo non c’è amore faremo un altro mondo, e lo circonderemo di mura massicce e lo arrederemo con interni rossi e soffici, e gli forniremo un battaglio che suoni come un diamante caduto nel feltro di un gioielliere in modo che non lo sentiamo mai. Amami perché l’amore non esiste e io ho provato tutto ciò che esiste.”
Questo piccolo capolavoro inizia quasi come un libro umoristico, salvo poi diventare gigantesco, corale, indimenticabile. Errori grammaticali che come farfalle diventano poesia, celebrante il ricordo di un’umanità persa, paralizzata dalla paura, condannata dall’inazione. Non si capisce più se sia un romanzo epistolare, un giallo, un racconto biografico, un romanzo storico di quelli tramandati per bocca, facente parte della memoria collettiva di un paese.
Non si capisce e soprattutto non importa, il compito del lettore è leggere, ridere, commuoversi. Pensare ai propri nonni, ricordare che le mani possono raccontare tanto.
Pensare a Foer, e ringraziarlo per aver intrapreso quel viaggio.