Andre Dubus – Voli separati

Per chi avesse voglia di sposarsi, ma é indeciso.

La risposta è nei racconti di Dubus: non fatelo.

ANDRE DUBUS

“Vieni ancora a trovarmi qualche volta;

a casa non c’è mai nessuno tranne noi

e noi non abitiamo più qui.”

Otto sono i racconti di questo libro. I primi sei li ho già dimenticati. Non me ne voglia Dubus – sono ok, niente di più. Sarà che non amo le storie brevi, di un personaggio vorrei sapere tutto e non avere solo un’infarinatura che si estingue dopo qualche pagina. I suoi racconti in particolare sono anche un po’ confusi (traduttore?). Comunque, gli ultimi due si intitolano: “Voli separati” e “Non abitiamo più qui”.

“Voli separati” mi è rimasto impresso perchè mi ha ricordato la mia famiglia e mi ha fatto venire voglia di bere gin tonic. Prima di qualsiasi viaggio, anche il più elementare, mio padre usava appendere in punti strategici della casa il famoso PROGRAMMA DI VIAGGIO. Una lista incredibilmente dettagliata di orari e descrizioni, ore 6.00 sveglia, ore 6.10 colazione, ore 6.35 bagagli pronti per essere caricati in auto, ore 6.40 partenza. Questo programma forse lo leggevo solo io. Mia madre alle 6.40 si alzava ed annunciava: ah prima di partire mi farei una doccina. Mio padre allibito vicino alla porta, con il cappotto in mano e le chiavi della macchina nell’altra. Mia madre in accappatoio ad elemosinare fondi di caffè per dimostrare che vedi, sto cercando di fare veloce, non carico una nuova caffettiera. Alle 7.05.

“Voli separati” è la stessa cosa. Una coppia che viaggia con due aerei diversi perché nel caso in cui l’aereo caschi, almeno un genitore potrebbe sopravvivere allo schianto. Questo sostiene il marito. La moglie non ha abbastanza forza per opporsi e si fa convincere che è la scelta giusta. Ma poi in attesa che venga annunciato il volo si scola una serie di gin tonic con uno sconosciuto e manca poco che ci va a letto. Questa sono più io (e la mia voglia di gin tonic) che ovviamente il resto della mia famiglia.

“Non abitiamo più qui” mi è piaciuto moltissimo. E’ abbastanza lungo da approfondire un po’ di cose. Parla di due coppie i cui mariti e mogli hanno una storia incrociata, più o meno segreta, con i corrispettivi dell’altra coppia. E’ un racconto che parla di infedeltà, di amore e della rinuncia ad esso. E’ così vero da essere spiazzante: sembra di spiare le coppie da dietro le finestre. E anche in questo caso ho pensato ai miei genitori, leggendo di Terry e della sua ciclica sconfitta nella battaglia contro il proprio ruolo di moglie. Panni accumulati mai stesi, lavatrici rimaste a metà, piatti accatastati sul lavello in attesa di un intervento di forze maggiori. Un cambio dell’armadio mai portato a termine, vestiti appallottolati sotto i cappotti. Un occhio critico che registra tutto questo e pensa: “La casa di Edith invece è così pulita e in ordine”.

“Da qualche anno sono diventato spiritualmente allergico alle parole marito e moglie. Quando leggo o sento la parola marito, io mi immagino un uomo di una serenità sinistra sulla sua station wagon, che porta in giro la famiglia rumorosa una domenica pomeriggio. Termineranno la giornata con un gelato, sedili della macchina appiccicosi, stanchezza e arrabbiature. Nella sua gioventù l’uomo ha avuto il dono della pazzia: furore, passione e generosità. Ora prende una spugna umida dalla cucina e la passa sui copri-sedili della macchina impiastricciati di genlato. Desidera ardentemente la compagnia di uomini rumorosi e scurrili, gli piacerebbe bersi un bourbon e fare a pugni in un bar, rimorchiare una bella ragazza giovane e passarci la notte. Quando qualcuno dice la parola moglie vedo il viso sicuro, possessivo e divertito di una donna in cucina; fra tendine luminose, muri, l’odore di olio riscaldato e lei che porge a suo marito un bacio non appena questi torna a casa sobrio, con la pancetta, diretto verso qualche nebuloso obiettivo che è cominciato con amore, si è trasformato in benessere economico durante il matrimonio, e ora si sta convertendo in una dignitosa sopravvivenza. Lei indossa un vestito nuovo. Appese al suo cuore scaltro le palle di lui pendono a mo’ di trofeo vinto in battaglia a un giovane eroe ormai morto da tempo.”

Il messaggio è chiaro: non fatelo.

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