Javier Marías – Domani nella battaglia pensa a me

Per chi volesse un libro che agisca come una disgrazia.

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Ci ho messo molto tempo per leggerlo tutto, perché é un libro – neanche, un Oggetto -dolorosissimo, da somministrare a piccole dosi per poi rimuginarci per ore e ore e giorni.

Il primo capitolo affonda nel cuore come una pugnalata da cui è difficile riprendersi, iniziando con un incontro amoroso segreto in cui l’amante (lei) colta da un improvviso malore muore tra le braccia di lui. Una morte che crea uno spazio metafisico in cui non esiste nessuna altra cosa se non un uomo, segreto, la cui presenza è ignota e che non dovrebbe trovarsi lì, non ha scuse per essere lì e per aver assistito alla morte di una donna pressoché sconosciuta.  E questo uomo si ritrova a vagare in una casa non sua che diventa un mondo in cui il tempo si è fermato, testimone suo malgrado e consapevole di essere l’unico a sapere qualcosa che né il figlio appena nato, né il marito lontano per lavoro, né la famiglia di lei ancora di fatto sa. L’incapacità di prendere una decisione, se chiamare aiuto e svelarsi così agli occhi del mondo (di lei) come impostore, una coltre di sporcizia che si posa sulla vita rispettabile di una persona immondandone il ricordo, o cancellare la sua presenza e scappare come un ladro, abbandonando un bambino piccolo in una casa dove nessun altro respira ancora e rimanere di fatto uno Sconosciuto, un segreto mai svelato. Scoprire poi che da questo spazio parallelo, un involucro di terrore e sensi di colpa e coraggio e codardia, così spesso da annebbiare il cervello, è impossibile uscire se non di fatto attraversandolo e facendosi conoscere agli occhi del Mondo. Quando è forse troppo tardi.

“Domani nella battaglia pensa a me” – verso shakespeariano che Marías fa suo – non è certo un romanzo perfetto, è lento e slegato, faticoso, un impiastro che si appiccica alla testa e che sarebbe piaciuto a Kafka quando scriveva che un libro deve farci stare di merda:

“Bisognerebbe leggere, credo, soltanto i libri che mordono e pungono. Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo? Affinché ci renda felici, come scrivi tu? Dio mio, felici saremmo anche se non avessimo libri, e i libri che ci rendono felici potremmo eventualmente scriverli noi. Ma noi abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di uno che era più caro di noi stessi, come se fossimo respinti dai boschi, via da tutti gli uomini, come un suicidio, un libro deve essere la scure per il mare gelato dentro di noi. Questo credo.”

Ecco sicuramente Kafka si riferiva a Marìas e nello specifico a questo romanzo.

Pazzesco.

Bellissimo.

(Archivio 2016)

 

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