Per chi ancora non fosse andato a visitare la casa di Saramago a Lanzarote.
Io ho pianto.

Conversazioni a Lanzarote, ovvero un’intervista lunga un libro tra Arias e Saramago, e all’ultimo tra Arias e Pilar (la moglie).
“Per me è chiaro che quando l’umanità finirà non ci sarà più Dio, perché non ci sarà nessuno che lo nomini o lo pensi. Mi sembra estremamente chiaro, ma, pur immaginando che l’umanità finisca e Dio, nonostante tutto, resti, non sappiamo di quale Dio si tratterà, quali attributi avrà, non sappiamo nulla. Secondo il punto di vista di uno che che come me non conosce tutte le cose del mondo, e soprattutto tutte le cose del cielo, il solo posto, dove esistono Dio e il diavolo e il bene e il male, è la mia testa. Al di fuori della mia testa, della testa dell’uomo non c’è nulla.”
Dopo aver letto questi dialoghi, scambi di idee presentati come conversazioni ma che di fatto sono dissertazioni sulla vita, su Dio, un livello di profondità e consapevolezza da oscurare qualsiasi tipo di dialogo importante uno pensa di poter mai avere nella sua vita, mi era venuta voglia di andare a Lanzarote. Un’isola sconosciuta ma così amata da Saramago. Così nel 2017 ho preso un aereo e l’ho visitata, e nonostante fossero passati tre anni e nonostante tre anni prima cioè il 2014 fosse stato un anno devastante e difficilissimo, continuavo a ricordarmi di lui in queste conversazioni e ad immaginarlo intento a parlare, a raccontare di sé. L’isola è un binomio di facilità e difficoltà, letteralmente divisa a metà tra uno scenario di mare e ricchezza verdeggiante, vitale e colorato, e di devastazione laddove il vulcano, eruttando ha ricoperto un mondo intero, vivo, di lava mortifera lasciando solo rocce appuntite e nere – è tutto questo, e ha rispecchiato l’idea che mi ero fatta di lui, ampliandola e colmandola con dettagli personali e bellissimi. La sua sedia su cui tutte le sere guardava il sole scendere nel mare, per l’importanza dell’essere consapevoli della lentezza del tempo ed il rispetto di un disegno più grande di noi. I suoi ulivi, piantati e cresciuti anno dopo anno, nuovamente un omaggio alla lentezza come unico modo di affrontare la vita. La sua biblioteca, uno spazio immenso di libri e vita – difficile immaginarsi di usufruirne senza pensarsi in un museo – una dichiarazione d’amore verso la letteratura e di ammissione delle sue umili origini. I suoi quadri, molti di questi gli sono stati regalati ed illustrano i suoi romanzi. Il suo caffé portoghese. E tutta questa vicinanza e senzazione di conoscersi da una vita e bellissima informalità, e dall’altro lato la perdita immane nell’idea di essere lì quando ormai è troppo tardi e su quella sedia non c’è più nessuno se non un gatto grasso che pigramente apre un occhio per fissarci, colti nell’atto di amare Saramago.
(Archivio 2014 e aggiornamenti più avanti)