Solo per chi se la sentisse. Auguri. Ne parliamo alla fine.

In un futuro e in un luogo non precisato scoppia un’epidemia, che in breve tempo rende cieca l’intera umanità. I primi non vedenti, che denunciano con disperazione la vista di un’unica, grande luce bianca, lattea e luminosa, vengono rinchiusi in una abominevole quarantena, dove sono l’istinto animale e la brutalità a prevalere su regole ormai dimenticate. Quando, con il dilagare della cecità, gli stessi lager sono abbandonati al proprio destino, i ciechi liberati si trovano alla deriva in un ancora più enorme lager che è il mondo, nell’indifferenza che rende ciechi di fatto, che annebbia il cuore e porta alla disperazione quasi definitiva. In questo ‘nuovo mondo’ ci sono un dottore (un oculista, ironia della sorte), una ragazza con gli occhiali scuri, un vecchio, un bambino e la moglie del dottore, l’unica che non sia stata colpita dal morbo degli occhi. Ed è in questo nuovo mondo che accade l’inaspettato, perché se siamo davvero tutti ciechi che vedono e non sanno di esserlo, come direbbe Saramago, c’è sempre spazio per un po’ di amore, che da tradizione è cieco, ed è giusto che reclami la sua parte.
Romanzo angosciante e bellissimo, senza dialoghi, solo virgole, parole ed immagini vivide. ‘Cecità’ fa male a leggerlo, ma non si riesce a smettere, forse per paura di ritrovarsi ciechi, una volta alzati gli occhi.
(Archivio 2013)