Per chi avesse tanta pazienza.

Dal 1847 al 1910: un sacco d’ininterrotti anni di pensiero tolstojano. Dai commenti spicci di poche righe (“Cena dai blablablaevic. Incontrato una cretina.”) all’inaspettata lucidità della seconda parte della sua vita. Passando per l’umanissimo “Ho pensato ad una cosa importante, ma ora non la ricordo più” (ah, come ti capisco Lev) ai litigi con Sonja, fino ai pensieri più profondi che sono diventati il fondamento di chi lo studia. “I diari” non sono certo una lettura facile (per dirla alla Edoardo Nesi), ma a Tolstoj ci si affeziona, e quando mancavano due o tre pagine alla fine ero preoccupata e dispiaciuta, perchè lui continuava a scrivere cose così belle sapendo di stare per morire, ma senza saperlo davvero, e soprattutto senza avere quella certezza e rimpianto agrodolce riservato a chi lo ama oggi.
(Archivio 2012)