David Foster Wallace – Il re pallido

Per chi non facesse passare un libro senza sentire la sua mancanza.

Ciao David.

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C’è chi ha commentato che solo Wallace avrebbe potuto scrivere un romanzo sulla noia, rendendolo avvincente. Il soggetto è il lavoro all’Agenzia delle Entrate americana, ovvero schiere di burocrati (‘brulicanti’) che passano ore infinite a controllare le dichiarazioni dei redditi dei contribuenti, per trovare casi sospetti per i quali avviare la lenta macchina degli accertamenti. Persone che prendono il nome del reparto, che hanno tutte il mignolo consumato, che stanno in silenzio e mettono alla prova la propria resistenza alla noia minuto dopo minuto, in una lotta contro la tentazione di alzare la testa per vedere che ore siano. Persone che muoiono sul posto di lavoro e nessuno se ne accorge, attribuendo la fissità alla grande concentrazione. Persone che a poco a poco smettono di essere un mucchio indistinto e si trasformano in singole storie drammatiche, di solitudini, paranoie personali, con segni indelebili del proprio passato addosso. Wallace tesse vicende, anticipa dialoghi, inserisce note da sviluppare. Manipola il lettore fino a fargli credere che il romanzo sia destinato a durare all’infinito, trasformandosi lentamente in un’esplorazione dell’esistenza umana nella sua banalità più elementare. Ma, proprio quando si è ad un passo dalla rivelazione, l’autore decide di togliersi la vita. E questo libro sulla noia diventa così doloroso che, arrivati alle ultime pagine, uno vorrebbe annoiarsi ancora per un poco, almeno qualche pagina, almeno una, David.

(Archivio 2012)

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