Edoardo Nesi – Storia della mia gente

Per chi si affidasse al Premio Stregahahahah.

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Contrariamente a quanto mi ero ripromessa, ho comprato un libro che ha vinto il Premio Strega. La mia avversione era dovuta al romanzo “Stabat Mater”, di Tiziano Scarpa, vincitore di qualche anno passato e dalla cui bruttezza non mi sono ancora ripresa. Da quando ho letto Scarpa, evito semplicemente tutti i libri (solo uno all’anno, per fortuna) che ottengono quel riconoscimento, resi ben visibili in libreria da un annuncio cartonato che ricopre più della metà della vera copertina e che annuncia pomposo: VINCITORE DEL PREMIO STREGA. Probabilmente, nel caso di Nesi, anche per coprire la brutta immagine sottostante.

E ora il commento.

Caro Sig. Nesi,

la testimonianza di un’azienda tessile pratese -la sua- prossima al fallimento, nell’Italia della crisi, costretta a vendere prima che tutto vada in scatafascio completo, è senza dubbio interessante e mia ha coinvolta sia come lettrice anonima che come lettrice in quanto Martina. Infatti, se non da imprenditrice come Lei, ho passato un anno a lavorare nella Ricerca e Sviluppo Tessuti: quindi leggere di loden, gabardine e macchinari che portano l’anagramma del cognome di famiglia (la Sig.a Ines), mi è piaciuto. Soprattutto ora, che ho trovato un nuovo impiego proprio a Prato, nella sua città.

Sono perciò prevenuta in senso positivo nei suoi confronti, per evidenti ragioni biografiche personali (suonando il violino, lo ero anche nei contronti di Scarpa, ma ora lo odio). E poi, Sig. Nesi, lei scrive molto bene! Non appena iniziato a leggere, c’è stata qualche parolaccia messa qui e là per alzare il tono del discorso che mi ha un po’ infastidita, ed il sogno del pratese (no, lo so che non era la sua città… ) che fa benzina è un po’ troppo drammatica per farmi sentire parte di quell’incubo globale. Però spesso ho sorriso leggendo il suo libro, mi sono sentita triste quando ha scritto di esserlo, ed infine di nuovo tristemente felice con lei.

Però… però. Ci sono delle cose che proprio non mi vanno giù.

Sig. Nesi, sono molto seria: io NON SOPPORTO l’autore che, scrivendo un libro, si autocompiace del proprio bagaglio culturale, a tal punto a propinarlo ai lettori. Se a me piace leggere centomila libri all’anno, tra cui tutti i romanzi in lingua originale di Francis Scott Fitzgerald, lo faccio. Però poi non scrivo e metto in vendita un libro che all’apparenza parla di tutt’altro, e ce lo butto in mezzo ogni due pagine, con continui commenti ai suoi passaggi più belli ed ispirati. Allora, ho pensato: o un autore scrive una critica ai romanzi di Francis Scott Fitzgerald, o scrive “della sua gente” (titolo che, peraltro, cita Fitzgerald). Tendo ad infastidirmi se compro un libro che esplicitamente e palesemente, quasi sotto forma di elenco, rimanda a libri scritti da altri. Ma come, penso io genovese, spendo €14 per leggere cosa scrive il Sig. Nesi, e lui mi parla pedantemente dei suoi interessi artistici, letterari, musicali. Nelle sue pagine si dilunga sui Sigur Ros! Ma anche io ho il CD, e conosco la traccia Milano (il nome si legge benissimo, checchè lei dica del carattere astruso, ed in ogni caso, anzichè annunciare che non avrebbe controllato su Internet come si scrivesse perchè non era così importante ai fini del suo romanzo, io avrei o controllato e scritto subito giusto, o evitato tutto questo lungo discorso riguardo al nome, se davvero non era così importante il lettore l’avrebbe perdonato. O no? No, le assicuro.). Ma ancora ancora passi la musica, almeno è un campo diverso… ma i libri! I LIBRI! Gli ELENCHI mi fanno venire voglia di strappare ad una ad una le pagine del suo libro! Ma perchè il lettore dovrebbe perdere tempo a leggere che lei a sua volta ha letto questo, quello e quell’altro ancora?! Le farò un esempio pratico. Io ho una specie di elenco aggiornato di libri che leggo e commento in modo più o meno breve. Il titolo del mio elenco è: ‘I libri che leggo’. Quindi, se una persona decide di aprire la mia pagina virtuale per guardarsi l’elenco, i libri che leggo sono esattamente quello che si aspetta di vedere.

Di nuovo sento avanzare Scarpa, strisciante e subdolo, con i suoi gratuiti elenchi di ‘musica preferita’ alla fine del suo orrendo libro… Le sue ridondanze letterarie sono peraltro controproducenti. Se io leggo lei, e lei mi parla così bene di Francis Scott Fitzgerald, io ad un certo punto arrivo intontita a chiedermi chi me lo faccia fare di leggere lei, anzichè dedicarmi subito al divino Francis.

Non c’è nulla di male ad avere una grandiosa cultura letteraria, come penso sia la sua, Sig. Nesi. Ma averla non è un pretesto sufficiente per scirvere un romanzo, per quanto autobriografico sia, se poi in ogni pagina è pieno di citazioni, rimandi, aperte e chiuse parentesi, l’agghiacciante “So che i libri che leggo io piacciono a pochi altri” (santi numi). Per non parlare della tendenza a spiegare sempre tutto, come le didascalie delle mostre a Palazzo Strozzi, evidentemente concepite pensando a chi va a vedere un’esposizione come ad un cretino sempliciotto. A volte, è bello un po’ di mistero. Ad esempio, Sig. Nesi. Lei nel suo libro ad un certo punto fa riferimento al luddismo inglese. Ma il suo, non è un semplice riferimento/confronto. Lei spiega TUTTO quello che è successo in Inghilterra, arrivando a riportare anche la voce per cui, forse, Mr. Ludd non fosse nemmeno una persona reale. Ma scusi, chi se ne frega! Se un lettore sa com’è andata in Inghilterra bene, se non lo sa ed è interessato andrà a leggersi qualcosa su Wikipedia, ma non è che ogni volta che si tira in ballo un libro, o un periodo storico, o un personaggio illustre, poi bisogna per forza spiegare tutto! O almeno, usi le note a pié di pagina, così se uno sa già di che si tratta può andare avanti nella lettura di Prato senza sentirsi a scuola.

Forse il mio problema è che mi annoio facilmente a leggere cose che già so, e nel contempo sono malata di lettura, e quindi se uno scrittore inizia a propinarmi tutte queste informazioni “tecniche” su un argomento, io penso che ci sia un motivo sotto, un fine ultimo, e continuo a leggere, e poi no. E mi annoio. Come con Corrado Augias e il suoi misteri di Londra, ma che misteri, si chiama Storia Moderna e la insegnano alle medie (come può evincere, lei non è l’unico a scatenare le mie perplessità).

A questo punto, vorrei parlarle di un’altra cosa. Questa cosa si chiama ‘Infinite Jest’. Ma lei Sig. Nesi, PERCHE’ si è messo a parlare di ‘Infinite Jest’? E’ un libro difficile da affrontare, di tantissime pagine, e – quello sì – sono sicura che non in molti l’abbiano letto. E lei cosa fa? Ne parla a ruota libera, più volte, citandolo come se fosse ‘Cuore’ o ‘Pinocchio’! E mi dice pure come va a finire, tanto per non lasciare nulla di intentato allo stesso Wallace! Ma COME OSA? Io volevo rimanere nel mio dubbio agrodolce, ‘Don Gately morirà… o non morirà… chi lo sa…’, mi piaceva come finiva quel romanzo, andava bene così. E lei Sig. Nesi, andando anche contro alla sua ansia di spiegare tutto, e tirando quindi fuori Don Gately all’improvviso, racconta del botta e risposta sull’argomento tra lei e l’autore del romanzo. Per carità, l’aneddoto e l’immagine di lei che scrive a David Foster Wallace, e lui le risponde… è molto bello, mi ha fatto venire i brividi, ma è una cosa da raccontare agli amici a tavola con un amaro, facendo vedere la lettera, non in un libro intitolato ‘La mia gente’! Poteva chiamarlo ‘Io, Edoardo Nesi’. Si vanti un po’ di meno! Chi non ha mai letto ‘Infinite Jest’ affronterà con la più candida indifferenza il suo raccontino personale, mentre chi come me l’ha letto oscillerà tra l’invidia più bieca e l’indignazione totale.

Caro Sig. Nesi, forse sono un po’ dura, anche perchè questo è il suo primo libro che leggo. Forse dovevo leggere gli altri, che non ha mancato di citare nelle sue pagine (e ti pareva. Almeno sono i suoi). E’ che lei scrive proprio bene, davvero. Quindi mi agito, perchè ho finito un libro che avrebbe potuto piacermi per contenuto, trama, stile, ed invece è proprio a causa delle sfumature, delle parole di contorno e delle atmosfere aggiuntive che si è rovinato tutto. Di solito succede l’opposto: trama così così (per dire), la cornice, i dettagli molto belli, e tutto migliora. Ma, nel suo caso, è tutto l’opposto: scheletro giusto al posto giusto, e tutto il resto un disastro completo. Per questo motivo mi sono sentita in dovere di scriverle una lettera, e di metterla nel mio elenco. L’idea mi è venuta dal suo libro, quando racconta di quella scritta da lei al Corriere della Sera. Che, tra l’altro è un bellissimo passaggio.

(Archivio 2011)

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